Il trash sublime è una raccolta di tre saggi di Slavoj Žižek a cura di Marco Senaldi sul tema dell’arte contemporanea.
Tralasciando la splendida introduzione di Senaldi, il piccolo libro (non rosso ma marrone) presenta tre saggi molto diversi tra loro: Il trash sublime (2000); Il parallasse architettonico. Pennacchi e altri fenomeni di lotta di classe (2009); L’insostenibile leggerezza di essere nessuno (2006)

Questi tre saggi sono tenuti insieme dal tema generale dell’arte. Ma soprattutto legati dal filo rosso del pensiero di Žižek sulla sublimazione dell’arte. Intesa come Sublimierung freudiana o, espresso da Lacan:

La sublimazione eleva l’oggetto alla dignità della Cosa (Das Ding)

Jacques Lacan, Il seminario, Libro VII

Io vorrei concentrarmi solo sul primo saggio, che fa da ponte di lancio per capire la linea d’azione filosofica di Žižek.

Per spiegare questo concetto astratto Žižek ci fa ovviamente un esempio molto POP: la coca-cola. Una bevanda che non soddisfa alcun bisogno fisico reale. Ma il cui valore risiede proprio in questa superfluità che rende il nostro desiderio per essa virtualmente insaziabile. Diventa un simbolo astratto di puro godimento. Attraverso slogan pubblicitari e bombardamenti mediatici, il mercato riesce così a elevare un oggetto banale, inutile e quotidiano a oggetto di desiderio assoluto slegato dalla realtà.

Così, spiega Žižek, possiamo cercare di carpire un po’ quel mondo dissoluto che è diventata l’arte moderna.

Per buona parte della storia umana, fino alla fine del settecento circa, la forma preferita della rappresentazione artistica era “il sacro”. La cosa lacaniana si esplicitava nella ricerca dell’assoluto con la spiritualità. Perfino con il romanticismo naturalista, in cui l’oggetto si sposta dall’astratto alla maestosità della natura.

L’arte ha sempre cercato di dare corpo a questa sacralità, alla Das Ding di Lacan; un’impresa per definizione impossibile, poiché nessun manufatto umano può competere con il vero infinito.

Poi, si consuma una spaccatura radicale, che Žižek identifica con un’opera precisa: L’Origine du monde di Gustave Courbet.

Ed eccola là, impressa sulla tela, la tanto cercata sacralità: un corpo femminile senza testa, audacemente adagiato su un letto. Di fronte a quest’opera, l’umanità artista si rende conto di un segreto indicibile: la verità della sua sacralità risiede nella carne, nella sfacciataggine, nel trash. L’alto sentimento sacro si rivela essere solo la sublimazione di un impulso animale.

A questo punto, l’arte precipita in una crisi d’identità: se Courbet può mostrare Das Ding con tale semplicità, cosa significa allora fare arte? Nel saggio che dà il titolo al libro, Žižek individua due risposte storiche e opposte a questo interrogativo: quella nichilista del Dadaismo e quella radicale e spirituale di Malevič.

La risposta dadaista è una risposta violenta, anarchica. Oggi sorridiamo guardando la Merda d’artista di Manzoni o la Fontana di Duchamp, dimenticando che quella fu un’epoca di profonde tensioni intellettuali, in cui venivano scosse le fondamenta stesse dell’estetica occidentale.

Con il loro motto “Dada means nothing”, i dadaisti volevano eliminare completamente la sacralità dell’arte. Ma la violenta reazione del pubblico e dei musei ci fa percepire un’altra storia: senza volerlo, l’atto iconoclasta dei dadaisti finisce per riattivare proprio quella dimensione sacrale che voleva distruggere.

Ci scandalizziamo se Piero Manzoni sigilla i propri escrementi in una lattina o se Duchamp firma un sanitario perché riconosciamo nel museo un “luogo sacro”. È lo scandalo stesso a tracciare il confine del tempio: l’oggetto trash (la merda, l’orinatoio) viene elevato alla dignità di opera d’arte non per sue qualità intrinseche, ma per il semplice fatto di trovarsi “fuori posto”, protetto dall’istituzione museale. L’anarchia dadaista, nel tentativo di uccidere l’arte, finisce per dimostrare che il sacro sopravvive persino nel suo opposto.

Dall’altro lato, la risposta di Kazimir Malevič si muove in una direzione apparentemente opposta, eppure mossa dalla stessa urgenza radicale. Egli dichiara apertamente di cercare “la supremazia della sensibilità pura nell’arte.”

In parole povere, Malevič ricerca la sacralità non più nel soggetto rappresentato, ma nei componenti più intimi e strutturali dell’atto pittorico: la pura divisione tra sfondo e figura. Per lui, la “verità sacra” non si raggiunge accumulando forme vicine alla realtà, ma spogliando l’arte fino alla sua sostanza originaria, liberandola da ogni preconcetto figurativo.

Questo azzeramento radicale ricorda da vicino il percorso di Zima Blue, il racconto di Alastair Reynolds. Dopo aver dipinto murales grandi come pianeti decide di sottrarre dettagli fino a ridurre la sua arte a un unico, assoluto quadrato blu, per poi immergersi nella piscina da cui è iniziato il suo viaggio. Zima è fortunato perché trova il suo punto, la sua fonte da dove proveniva l’arte dentro di lui. Noi, come esseri umani, ci dobbiamo accontentare del nulla.

Queste due visioni dell’arte, per quanto distanti, restano indissolubilmente legate. Le domande, in fondo, rimangono le stesse: questa è davvero arte? Dove risiede l’essenza artistica? Cosa stiamo cercando in essa?

Tutte, secondo Žižek, si fondano sulla sublimazione della Cosa lacaniana. Da questo punto di vista, gli artisti del Novecento stavano già gridando una verità scomoda: si erano accorti, prima di chiunque altro, che il simbolo stava diventando più reale della realtà stessa.

Ma è proprio qui che il saggio rivela una verità profondamente imbarazzante: la visione capitalista del mondo ci ha privati della magia delle rappresentazioni sacrali, ma lo ha fatto per appropriarsi del loro stesso meccanismo, elevando il trash a sublime. L’inutile è diventato lo scopo essenziale per far avanzare la società dei consumi.

In questo scenario, ogni azione viene codificata in simboli, e ogni simbolo rappresenta un valore ben definito di vendibilità. È come se il sistema non ammettesse più alcuna forma di vero eccesso, nessuna reale dissacrazione dei comportamenti o degli oggetti: tutto viene istantaneamente digerito, monetizzato e messo a valore. Ogni cosa, in ultima analisi, è ridotta a funzione del segno supremo e assoluto: il Capitale.

Con questa piccola introduzione, possiamo goderci gli altri saggi che vertono sempre su questo argomento, su cui potremmo parlare ore senza mai venire a conoscenza di una verità. Per avere una comprensione migliore su questi argomenti, vi cito un paio di letture interessanti: