Letterarie

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Il mio anno di riposo e oblioOttessa MoshfeghFeltrinelli4Età di lettura: AdultiLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni La mia riposante recensione Vi è mai capitato di dire: dopo questa vacanza, mi serve un’altra vacanza?E se potessimo staccare la spina definitivamente?Se ci fosse un modo per riprendersi da questa vita così frenetica e produttiva? La risposta la troviamo in questo fantastico libro: Il mio anno di riposo e oblio, romanzo scritto da Ottessa Moshfegh, pubblicato per la prima volta nel 2018 da Penguin Press, arrivato in Italia nel 2019 grazie alla casa editrice Feltrinelli. Il libro ha riscosso un grande successo di critica per il suo approccio unico e irriverente alla narrazione psicologica. Un pisolino lungo un anno La storia è incredibilmente semplice, e si può riassumere in una riga: la protagonista è insoddisfatta della sua vita e, invece di uccidersi, decide di dormire per un anno intero.Un anno intero di sonno.Non sembra malaccio, in verità.Tutta la forza della storia sta in questa sensazione di impotenza alla vita: dormire diventa la più grande delle rivolte contro la società.La protagonista di Il mio anno di riposo e oblio è una giovane donna di Manhattan, bella, benestante e laureata in una prestigiosa università della Ivy League. È il sogno newyorkese: vive in un elegante appartamento nell’Upper East Side, lavora in una galleria d’arte alla moda e con tanta fatica e impegno, potrebbe diventare ricca e famosa. C’è solo un piccolo problema: odia la sua vita e vorrebbe uccidersi. Schiacciata dal trauma della morte dei genitori e da relazioni superficiali, sente che la sua vita è vuota e decide di anestetizzarsi per un anno intero. Con l’aiuto di una psichiatra stravagante e new age, la dottoressa Tuttle (una vera amica!), accumula una collezione impressionante di psicofarmaci, da sonniferi a potenti sedativi, nel tentativo di cancellare ogni pensiero o emozione. Le sue giornate si riducono a un ciclo di sonno profondo, brevi risvegli per ordinare cibo da asporto o guardare vecchi film, e interazioni forzate con la sua unica “amica”, Reva: un prodotto tipico del l’ambizione newyorkese. Commenti Essere, o non essere, questo è il dilemma:se sia più nobile nella mente soffrirecolpi di fionda e dardi d’atroce fortunao prender armi contro un mare d’affannie, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fineal dolore del cuore e ai mille tumulti naturalidi cui è erede la carne: è una conclusioneda desiderarsi devotamente. Morire, dormire.Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,perché in quel sonno di morte quali sogni possano veniredopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortaledeve farci riflettere. È questo lo scrupoloche dà alla sventura una vita così lunga. – William Shakespear; Amleto (atto terzo, scena prima); 1600/1602. Shakespear lo sapeva, la vita è sofferenza. E la sofferenza è evitabile solo in due modi: morire o dormire. E già dormire è solamente un palliativo.Eppure, non è solo una questione di sofferenza. È soprattutto una questione di aspettative. Il mondo moderno ci obbliga a essere completamente assuefatti a questo senso di essere produttivi. È il mantra del capitalismo: svegliati alle 5, corri dieci chilometri, fonda due aziende, investi in Tesla. Fai tutto questo e sarai felice e appagato. L’unico momento in cui ci è concesso di essere noi stessi, l’unico momento in cui possiamo davvero essere tranquilli e non pensare al successo, ai soldi, al lavoro, diventa il sonno. La reazione della nostra protagonista può essere vista come la reazione opposta a Patrick Bateman in American Psycho, di Bret Easton Ellis.Il protagonista di American Psycho è il prodotto di un ambiente iper-materialista, ossessionato dal consumismo e dalla competizione. La sua alienazione lo porta a una risposta estrema: la violenza. È come se, incapace di provare connessione autentica o emozioni profonde, Bateman cercasse di riaffermare la propria esistenza attraverso atti brutali. La sua violenza è un grido disperato in un vuoto esistenziale, un tentativo distorto di sentirsi vivo in una società che lo ha reso un ingranaggio anonimo.La protagonista di Il mio anno di riposo e oblio, invece, rappresenta l’altro estremo. La sua reazione alla stessa spersonalizzazione non è un grido, ma un silenzio assoluto. Di fronte a un mondo che percepisce come inutile e superficiale, sceglie di spegnere ogni stimolo, abbandonandosi al sonno eterno dell’apatia. Il suo progetto di auto-annullamento attraverso i farmaci è una ribellione passiva, quasi mistica, che rifiuta non solo il mondo esterno, ma anche il proprio io cosciente. Dove Bateman cerca di imporsi, lei cerca di scomparire. Da leggere? Assolutamente sì! Per tutti. Il mio anno di riposo e oblio è un libro davvero interessante, 240 pagine che volano come in un sogno, si direbbe. Il tutto è descritto in prima persona, da una protagonista lucida e quasi metodica nel suo isolamento. Soprattutto, quante droghe di cui ho imparato il nome.Tutto è alienante e disarmante, l’idea di potersi semplicemente annullare è terrificante e allo stesso tempo estremamente liberatoria. Morire, dormire, forse sognare. E in questo sentirsi finalmente liberi. Eppure c’è una nota amarissima, in cui leggo una distopia che forse è già in atto: l’unico modo che si ha per vivere liberamente in questo mondo che si aspetta troppo da noi, è di lasciarsi usare come un oggetto senza coscienza di se stessi. Come se nella modernità l’io cosciente fosse un peso, un qualcosa di cui liberarsi. Qualcosa da sopprimere con il sonno, le droghe, la tv, Instagram. InformazioniData di pubblicazione:7th Ottobre 20187th October 2018ISBN: 9788807033476Prezzo (Euro): 17N. Pagine: 240 [...] Read more...
Bisogno di libertàBjörn LarssonIperborea4Età di lettura: AdultiLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni Storia del libro Nel saggio autobiografico “Bisogno di essere liberi”, edito da Iperborea, Björn Larsson affronta il tema spinoso della libertà. L’autore, velista e docente svedese, parte dalla sua esperienza personale per analizzare i limiti e i paradossi di questo suo bisogno di essere il più libero possibile, in una ricerca continua che non ammette compromessi. “Non si nasce liberi, lo si diventa.” Larsson racconta episodi della sua vita come il rifiuto di prestare servizio militare, o il suo vagabondare da bohèmien tra Parigi e altri luoghi e ci dimostra quanto la libertà sia qualcosa di sofferto. Questo piccolo Iperborea di neanche 300 pagine si legge in un lampo, e sarà uno di quei libri che porterò per sempre con me. Ecco, Larsson mi ha tolto la libertà di viaggiare senza il peso del suo libro. La libertà dello stile di Larsson Un libro molto scorrevole, capace di mettere in moto discussioni interiori che possono smuovere delle considerazioni interessanti su cosa significa essere liberi.E proprio in questa scelta radicale di libertà, Larsson non nasconde il paradosso più doloroso della sua esistenza. L’autore confessa apertamente che la sua feroce indipendenza entra costantemente in rotta di collisione con il bisogno di amore e di legami profondi. Egli riconosce che l’amore “forte e intenso costituisce sempre una minaccia per il bisogno di libertà,” poiché richiede quel compromesso che lui rifiuta. Questa tensione, che è in definitiva il prezzo della sua autonomia, espone il suo lato più vulnerabile: la solitudine. La libertà assoluta è un’esigenza che lo condanna a una tensione irrisolta tra amare e essere libero.Alcuni potrebbero trovarlo un po’ borioso, ma è sicurezza quella che traspare dalle pagine di questo romanzo. La sicurezza di chi ha deciso di vivere la sua vita in modo consapevole. Un uomo che ha scelto di dominare i mari e non di lasciarsi trascinare dalla corrente. Un uomo che ha seguito la filosofia di Robert Frost: Two roads diverged in a wood, and I—I took the one less traveled by,And that has made all the difference.– The Road Not Taken; Robert Frost. Lasciatemi la libertà di consigliarlo Consiglio questo libro a tutti coloro che cercano una riflessione profonda sugli argomenti fondamentali dell’esistenza umana. Nelle sue pagine, troverete spunti cruciali su morale, etica, concetto di dovere, obbedienza e, soprattutto, sul senso di libertà che definisce una vita consapevole. È un’analisi a 360 gradi di cosa significhi davvero essere liberi. Larsson stesso afferma che leggiamo libri alla ricerca di ciò che ci cambia la vita, di opere che, una volta finite, ci permettono di dire: “Sono cambiato”. Ebbene, “Bisogno di essere liberi” vi cambierà. Vi costringerà a interrogarvi più volte sulla vostra condizione attuale, e vi farà domandare, con urgenza: siete abbastanza liberi, e in quali punti della vita rinunciate a sentirvi liberi ?Larsson ci regala una bussola, una mappa per le domande, ma il viaggio per trovare le risposte spetta solo a noi. Se ti è piaciuto “Bisogno di libertà” leggi anche I dieci comandamenti per essere davvero libero InformazioniData di pubblicazione:3rd Gennaio 20073rd January 2007Lingua: ItalianoISBN: 978-88-7091-152-7Prezzo (Euro): 18N. Pagine: 256 [...] Read more...
Lettere minuscoleIlaria GrandoTerraRossa editore2RecensioniUlteriori informazioni Lettere minuscole è il romanzo d’esordio di Ilaria Grando, che pubblica questo primo libro con TerraRossa editore. Un libro in cui la narratrice, tra relazioni passate, paranoie, ansie e depressione, scava nei suoi ricordi cercando un filo conduttore nel suo malessere personale. Una storia scomposta Lettere minuscole è un flusso di pensieri lasciato libero di scorrere, che tenta di raccontare una storia con uno stile personale e originale. Non segue un impianto narrativo tradizionale, ma si muove in frammenti, con parentesi e deviazioni che cercano di dare spazio a ogni pensiero. In questo modo emerge con forza la sensibilità della protagonista, la sua profondità interiore, i traumi che porta con sé e il difficile rapporto con il sesso, segnato dal senso di colpa e dall’inadeguatezza. È un tema molto attuale, che tocca da vicino tante giovani donne che si trovano spaesate di fronte la loro sessualità: chi per mancanza di educazione, chi per cattive esperienze, chi semplicemente per la paura di essere etichettata. Questo aspetto rende il testo vivo e importante, capace di accendere riflessioni che vanno oltre la vicenda narrata. La scelta di chiamare gli uomini della sua vita con la lettera minuscola del nome (emme, elle, ecc…) mi ha fatto chiedere: le lettere minuscole sono riservate agli uomini della sua vita perché meno “importanti”, o perché hanno occupato tutto lo spazio? Proprio come nei testi italiani, le minuscole sono più frequenti e riempiono le pagine, a dispetto delle maiuscole, che invece si usano solo in casi particolari. I personaggi femminili, invece, mostrano la loro importanza e funzione salvifica per la narratrice attraverso l’uso della lettera Maiuscola e il nome completo (per intenderci: non abbiamo una emme, elle, ecc… ma una Maria, Ludovica). L’impressione è che ci sia un pensiero sottile dietro la scelta stilistica, che richiama anche certe scritture statunitensi dal tono ripetitivo, paratattico e cadenzato. In più, in questa intervista, l’autrice spiega di aver scritto il libro in ritagli di tempo durante le giornate, rendendo così la sua attività di scrittura frastagliata. E questo si rivede nel testo, che si muove tra ricordi non in ordine cronologico, dando l’impressione di star leggendo le pagine sparse di un diario. Eppure proprio questo stile, pur ricco di intenzioni, simboli, a volte rischia di diventare un limite. La frammentazione, che inizialmente incuriosisce, può generare confusione; la ripetitività e le rime in prosa, pensate per creare una cantilena, tendono col tempo a stancare. Per me non si è trattato di una musicalità capace di lasciare un segno forte, ma piuttosto di un ritmo che sfocia nella noia. Per questo, nonostante le tematiche profonde e la sensibilità che attraversa le pagine, spesso non mi sono trovata invogliata a proseguire la lettura. Quindi… te lo consiglio? Ti consiglio di leggere questo libro se vuoi sperimentare una narrazione diversa dal solito; se vuoi lasciarti guidare tra i ricordi di un’anima spezzata; se ti interessano storie di empatia e sentimenti, più che una trama strutturata. Non fa per te se sei legato o legata a una sequenzialità narrativa ordinata. Se vuoi conoscere meglio TerraRossa editore ti consigliamo di leggere la recensione Inventario di quel che resta di Michele Ruol: un romanzo-incendio. InformazioniPrezzo (Euro): 15.50N. Pagine: 146 [...] Read more...
Un amore di porcellanaInma AguileraPIEMME3RecensioniUlteriori informazioniUn amore di porcellana è un libro di Inma Aguilera ispirato ad una storia vera. Trinidad, una ragazza il cui passato è legato alla ceramica di Siviglia, cerca di ricostruire la sua vita fatta di amori, segreti e meravigliosi piatti in ceramica fatti da donne artiste non riconosciute. Un amore di porcellana: trama e personaggi del romanzo “Io non ho operai nella mia fabbrica, ma solo artisti.” – Carlos Pickman, Un Amore di Porcellana. Un romanzo storico spagnolo con tre donne forti come protagoniste. La diciottenne britannica Trinidad nel 1902 cerca il suo passato e il suo legame con la fabbrica di ceramica dei Pickman. Macarena, nel 1871, incarna lo spirito passionale di Siviglia. Felisa, del 1850, originaria di Triana, lavora con maestria nel laboratorio di Saturnino García-Montalván y Carmona. Un lasso di tempo ampio, dal 1850 al 1902. La storia di tre donne legate a una delle fabbriche di Siviglia più importanti: La Cartuja de Sevilla. Una fabbrica che esiste ancora adesso e di cui potremmo comprare le ceramiche che impararemo a conoscere leggendo questo romanzo. Un romanzo sulla ceramica di Siviglia Le vite delle tre protagoniste, ognuna di esse “la dama della cartuja” (il titolo in spagnolo più azzecato di quello italiano), si intrecciano con sapienza in questo romanzo storico che si concentra sulla storia della ceramica di Siviglia, raccontando allo stesso tempo la lotta di tre donne che si ribellano al sessismo in un sistema profondamente patriarcale. L’amore e la passione dell’autrice per Siviglia sono evidenti. La città è descritta in modo così vivido che se ne sentono i profumi, si assaporano i piatti tipici e si percepisce il calore delle persone. Il libro ci racconta tre generazioni di donne che hanno lavorato alla fabbrica della cartuja, analizzando tutta la storia della fabbrica e del processo di creazione di un pezzo di porcellana. Lo stile giornalistico di Inma Aguilera offre un contesto sociale e storico essenziale, rendendo i personaggi e il mondo in cui vivono estremamente realistici. Il mondo è vivo, storicamente accurato, e le informazioni sono molto interessanti: come la leggenda che fu proprio Carlos Pickman a dire ai lavoratori di ceramica di Triana che il piombo per il bianco fosse velenoso. Il libro scorre veloce senza mai risultare noioso, e la storia, anche se semplice, prende subito e si vuole sapere il finale. A chi lo consiglio? Un amore di porcellana lo consiglio se hai voglia di una lettura storica leggera, che scorre e non ha troppe pretese. La storia ha un giusto ritmo, e il cambio di protagonista non annoia, anzi, mantiene alta l’attenzione. Tutto è al servizio della storia, e anche quando ci imbattiamo in spiegazioni di come le ceramiche sono fatte, non è mai per un virtuosismo dell’autrice di dire “io lo so”. Cosa che purtroppo ho visto in altri libri del genere. Mi aspettavo un libro molto più noioso, invece mi ha piacevolmente sorpreso. Non lo consiglio se si vuole una storia più avvincente, o se proprio non vi piace la ceramica. La storia segue un buon arco narrativo, ma verso metà libro già si intuisce dove l’autrice vuole andare a parare. Perché leggere Un amore di porcellana Un Amore di Porcellana è una lettura storica leggera e piacevole, che unisce storia, arte e passione. Perfetta per chi vuole scoprire la Siviglia di fine ’800 e l’universo della Cartuja de Sevilla. Con una particolare attenzione al ruolo delle donne in una fabbrica dominata da maschi. Approfondimenti e link utili Scheda libro sul sito Edizioni PiemmeLa Cartuja de Sevilla su WikipediaStoria della fabbrica di ceramica Montalván: Retablo CerámicoLa fabbrica di ceramiche ancora attiva: La Cartuja de Sevilla – sito ufficiale InformazioniData di pubblicazione:9th Settembre 20259th September 2025ISBN: 9788858536247Prezzo (Euro): 22N. Pagine: 416 [...] Read more...
Inventario di quel che resta dopo che la foresta bruciaMichele RuolTerraRossa editore5Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Hai presente quando ti svegli di soprassalto nella notte, con la percezione netta di star cadendo, anche se in realtà sei lì, immobile nel tuo letto? O quando prendi in mano un oggetto che credevi pesante, e invece è leggero, e tutta la forza che avevi raccolto si disperde lasciandoti addosso solo un senso di smarrimento? Ecco, leggere questo libro è stato così. Mi sono sentita vuota, disorientata. A un certo punto non ero più “io”: sono diventata Madre, Padre, Figlia, Amica. Ho dovuto fare pause, respirare, allontanarmi, poi tornare, perché ogni pagina è una ferita che non puoi ignorare. Incendio e dolore Finalista al premio Strega, “Inventario di quel che resta quando la foresta brucia” è l’esordio narrativo di Michele Ruol. Medico, scrittore, drammaturgo di cui spero vivamente di leggere altro. La casa editrice TerraRossa descrive il lettore ideale come: Chi ha il coraggio di contemplare un incendio e soprattutto, dopo, di smuoverne la cenere; Ed è proprio così. Chi si approccia a questo libro deve essere consapevole che non sarà una lettura facile. I protagonisti sono Madre e Padre, e i loro due figli Minore e Maggiore. Madre e Padre si ritrovano a dover fare i conti con una perdita enorme, che lascerà una voragine così profonda che neanche il tempo riuscirà a colmare. La storia ci pone davanti a una tragedia ormai compiuta. Noi non possiamo fare nulla, siamo semplici osservatori di quel che resta. Fissiamo un incendio ormai diventato cenere.  La peculiarità di questo libro, che colpisce fin da subito, è che la storia viene raccontata dagli oggetti che popolano la casa dei protagonisti.  un oggetto è un oggetto, e per Padre andava valutato in base alla sua utilità: funzionava, lo avrebbe usato. Chi fa teatro sa quanto gli oggetti siano importanti, nessuno è messo “a caso” in scena. Ognuno ti racconta una storia sul motivo per cui è lì.  Da bravo drammaturgo Ruol lo sa, e usa la forza di questo modo di raccontare quasi scenografico per farci vedere il suo “palco”. Ogni oggetto della casa di Madre e Padre ci racconta qualcosa di loro, dei loro figli, delle loro vite, della tragedia. La scelta di non dare nomi propri ai personaggi (solo ruoli: Padre, Madre, Maggiore, Minore) rende il racconto universale, simbolico, eppure profondamente umano. Ogni parola di questo libro ha un peso; è essenziale alla storia.  A volte immaginava Padre che lasciava la ventiquattr’ore in ingresso e la trovava lì, fredda. E allora rotolava oltre il margine del tappeto, fino a schiacciare la guancia contro il marmo. Voleva percepirlo, il freddo: era così che ci si sentiva? Ruol scrive con la precisione di un chirurgo e la delicatezza di chi conosce il dolore da vicino. Ci mostra cosa viene scatenato dal dramma, accarezzando con empatia e realismo i punti più dolenti di una perdita. Questo libro è umano, è reale. Ci fa vivere un trauma da punti di vista diversi: ora siamo un ragazzo che ha perso il migliore amico; ora un padre che sfoga nel lavoro il suo dolore; ora un tappeto che assiste al silenzioso naufragio del cuore di una madre. Cenere e speranze  Non lasciarti intimidire dalla potenza emotiva di questo libro.Leggilo. Non te ne pentirai. Quando arriverai all’ultima pagina, ti prometto che ne sarà valsa la pena. Non è tutto solo pianti e incendi. Per lasciarti un po’ di speranza, ti affido la mia citazione preferita: Anche le case possono cadere, ma se le rimetti in piedi è come se non fosse successo niente. Questa citazione, per me, racchiude il motivo principale del libro. Il senso di fatalità poetica che permea ogni parola di un testo che ci distrugge, ma che ci dona una nuova speranza da fenice.   Persino nella cenere c’è speranza. Speranza di poter ancora vivere in quello che resta dopo un incendio.  Voto InformazioniData di pubblicazione:17th Aprile 202417th April 2024Prezzo (Euro): 16N. Pagine: 208 [...] Read more...
Le mani di KairosMauro PalazziColomò editore3Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni La Prima e la Seconda Guerra Mondiale sono due eventi cardine della storia della nostra umanità. Segnano il passaggio da un’era ante guerra e una post. In molti ci siamo chiesti: ma cosa sarebbe accaduto se Hitler fosse morto prima delle Grandi Guerre? La storia avrebbe avuto un esito diverso? Migliore? O forse persino peggiore di quello che è realmente accaduto? Sul libro Ho preso Le mani di Kairos all’evento Marginalia 2024 a Milano. Nell’occasione io e Veronica abbiamo avuto modo di conoscere Mauro Palazzi, l’autore, ed è stato piacevole chiacchierare con lui di libri e della fiera. Quindi tra una chiacchiera e qualche risata mi ha gentilmente proposto questa lettura e lo ringrazio molto per avermi dato il libro. Le mani di Kairos: un’ucronia ben riuscita Quando marcerai contro il nemico, ricorda, soldato, che i suoi occhi esprimono la paura come tuoi; ricorda che i suoi limiti d’uomo sono gli stessi tuoi, le sue speranze sono le tue; ricorda che le tue pallottole uccidono la vita, come le sue. Quando marcerai contro il nemico, ricorda, soldato, di adempiere al tuo dovere, ma non smettere di pensare… se tutti lo facessero, davvero, forse… non marceresti contro il nemico, forse… il nemico sarebbe l’odio. Ecco l’essenza stessa della pace. Questo è il primo libro ucronico che leggo, anche perché le narrazioni di tipo storico non mi hanno mai interessato. Nonostante ciò, non sono per niente pentita della lettura. La narrazione non presenta una vera e propria voce narrante, è in grossa parte di tipo epistolare: troviamo lettere di soldati, interviste a personalità importanti, file riservati datati e firmati. Toccherà al lettore mettere insieme i pezzi. Certo in alcuni punti veniamo assistiti da intermezzi narrati, ma non ne costituiscono comunque la narrazione principale.Avrete quindi tutte le informazioni necessarie per poter costruire una nuova storia, un ramo alternativo che si sviluppa dal momento della morte prematura di Hitler, seguendo le tracce lasciate tra le pagine dall’autore. L’ho definita una ucronia ben riuscita perché ci viene mostrato un universo fittizio, scaturito da un unico evento che differisce dalla realtà e che ai miei occhi appare più che realistico e verosimile. Mi è molto piaciuta l’idea di raccontare la storia non solo attraverso la narrazione semplice ma soprattutto tramite i vari documenti storici e altro materiale che dà modo al lettore di seguire tra le righe tutto quello che può essere accaduto nel giro di un secolo. Probabilmente mi ha anche aiutato a seguire una storia che probabilmente non avrei apprezzato se narrata in maniera tradizionale. Per di più credo che la Guerra Alternativa (perché sì, ci sarebbe stata comunque una “Grande Guerra”) ideata da Mauro sia stata ben costruita e lascio a voi lettori il piacere di scoprire se più o meno devastante di quella made by real humans. Nota all’edizione Una nota all’edizione va fatta, perché ho pensato che questo libricino, così com’è stampato, non dà davvero modo alla storia di emergere al meglio. So che “non bisogna giudicare il libro dalla copertina”, però a volte una bella edizione fa la differenza, e questa non mi è sembrata molto curata. Ad esempio, scrivere le lettere o gli articoli di giornale con font e impaginazioni diverse rispetto il testo narrato sarebbe stato bello da vedere, magari disegnando finte testate giornalistiche quando si mostravano le interviste o le notizie. Lungo il testo ho trovato vari errori di battitura, che su un libro di 150 pagine si notato molto. Un’altra cosa che non ho particolarmente apprezzato sono state le illustrazioni. Credo siano state generate con l’AI e non sono una grande fan delle immagini di questa categoria. Considerando il fatto che non aggiungono molto alla narrazione, forse sarebbe stato meglio evitare di inserirle. Quindi mi sono chiesta se magari, con una maggiore cura all’edizione e un editing approfondito, si sarebbero potuti minimizzare gli errori nel testo e valorizzare di più le parti che lo rendono valido. Detto ciò, spero di gran cuore che venga fatta una ristampa curata del testo: questa storia la merita! Concludendo… Edizione a parte, se ti piacciono i racconti ucronici (o vuoi approcciarti con delicatezza al genere) e vuoi esplorare un possibile universo alternativo al nostro, segui le mani di Kairos e scopri dove ti porteranno. InformazioniPrezzo (Euro): 12N. Pagine: 147 [...] Read more...
Parti e omicidiMurata Sayakaedizioni e/o4Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Tokyo, anno non precisato. Un futuro possibile si apre ai nostri occhi seguendo i racconti contenuti in Parti e omicidi. Preparatevi ad un testo originalissimo e forte, soprattutto per chi, come me, si approccia per la prima volta alla scrittura di Murata Sayaka. Il mondo cambia sfumatura a poco a poco, all’interno di un tempo sconfinato e, per quanto il passato sia agli antipodi rispetto al presente, tutto resta sempre collegato come milioni di tonalità in una stessa cartella di colori. Ecco perché “la normalità” del mondo di oggi non è altro che il miraggio di un’istante. La prima cosa che colpisce è la copertina. “Parti e omicidi” scritto in maiuscolo, nero, duro e ampio, copre la parte alta della copertina senza troppi fronzoli. Subito sotto ci sono cuori, stomaci, e altri organi ancorati a un terreno fatto di carne, sangue e ossa. Già questo è bastato ad attirare la mia attenzione. In più, il nome di Murata Sayaka ancora non faceva parte della mia collezione personale di autori asiatici e quindi “perché no?”. Vi anticipo che è stata un’ottima scelta letteraria. Murata nel suo Parti e omicidi ha raccolto quattro racconti crudi, duri, futuristici, capaci di mettere in dubbio le nostre convinzioni più profonde, crearne di nuove, e poi mettere in dubbio pure quelle. I racconti di Parti e Omicidi I quattro racconti presenti in questa raccolta sono l’eponimo “Parti e omicidi“, seguito da “Triade“, “Un matrimonio pulito” e si chiude con “Ultimi momenti di vita“. Io ho interpretato questi quattro racconti come un viaggio tra vita e morte passando per le viscere dell’umanità. Tutte le storie si trovano a metà tra l’horror e il weird, in cui violenza e sesso si mischiano, i sentimenti cambiano forma e si ama in modi completamente nuovi, talvolta astratti rispetto l’idea stessa di amore. Le scene di violenza sono descritte con una minuziosità tale da renderle quasi delle operazioni chirurgiche. Sono allo stesso tempo violente e asettiche, dando continuamente quella sensazione di orrore ma anche distacco e confusione. Allo stesso modo, le scene di sesso sono assolutamente non convenzionali, lontanissime dalle tipiche cose che leggiamo nei romance (per fortuna). E così come la violenza, anche l’unione amorosa dà quella doppia sensazione di bello ma anche “strano”, atipico, sbagliato? No, ma neanche giusto. Le immagini descritte stridono nel cervello e ancora una volta ti lasciano completamente spaesato. Parti e Omicidi Il primo è il racconto di punta, quello che dà il nome alla raccolta ed anche il più lungo dei tre: 91 pagine per scoprire un mondo in cui è legale uccidere una qualsiasi persona, a una condizione. Quale? Partorire 10 bambini. Tra i tre, paradossalmente è quello che mi è piaciuto meno, e questo è un giudizio completamente soggettivo. Non perché sia scritto male, anzi. Lo stile di questa autrice è molto veloce, incisivo. Non si perde in fronzoli e usa descrizioni sensoriali per aiutare noi lettori a immergerci nel suo universo. Quello di Parti e omicidi è un mondo in cui si può facilmente mettere in dubbio cosa sia giusto e cosa sia sbagliato: è sia un mondo crudele, perché rende l’omicidio una pratica diffusa e accettata da tutti; sia un mondo giusto, in cui il numero dei delitti è drasticamente diminuito e i “morenti” (coloro che stanno per essere uccisi) hanno tutto il tempo di prepararsi alla morte, che sarà completamente indolore. Triade Il secondo racconto conta 26 pagine. La storia ha come protagonista Mayumi, una ragazzina nata in un mondo in cui le coppie non esistono quasi più e le relazioni si fanno tutte in tre. Lei ha trovato la sua “triade perfetta” composta da altri due ragazzi con cui si sente felice e serena. La madre di Mayumi è all’oscuro della vita di sua figlia: lei è una “conservatrice” e non accetta questo nuovo mondo depravato e schifoso. Anche in questo racconto non mancano immagini forti e dubbi esistenziali. Matrimonio pulito Poco più di 20 pagine per entrare nella vita privatissima di una coppia di sposi che decide di avere figli. Sembra tutto normale, finché non capiamo che il matrimonio dei protagonisti è atipico al 100%, soprattutto per il loro accordo di non voler praticare l’atto sessuale. Per fortuna, in questa società di abitanti sui generis, esistono centri specializzati in “riproduzione pulita” che aiutano giovani coppie atipiche ad ampliare la loro famiglia. Ultimi momenti di vita Ultimo racconto, brevissimo, conta solo 4 pagine. Tanto basta per seguire gli ultimi istanti di vita di una giovane donna che decide di suicidarsi. La peculiarità di questa storia è che siamo in un mondo in cui la medicina è avanzata al punto tale da aver debellato al 100% la morte, riuscendo anche a resuscitare i morti accidentali. Questo è il racconto più tranquillo e pacato tra tutti. Dai toni totalmente opposti rispetto, ad esempio, Parti e omicidi. Un ottimo modo per concludere la raccolta. In definitiva: Parti e omicidi ci piace? Assolutamente sì. Ogni racconto mette in discussione cosa è giusto e cosa è sbagliato, mettendo in dubbio il concetto stesso di “morale”. Hanno tutti ragione e hanno tutti torto, allo stesso tempo. Ed è un motivo ricorrente in tutte le storie. C’è sempre un gruppo di “giusti” e un gruppo di “sbagliati”, ma un grande messaggio che secondo me questo libro vuole mandare è che, alla fine della fiera, non ha senso neanche definire cos’è giusto e cosa no. Citando un personaggio del secondo racconto: Sei di nuovo pura e immacolata. E lo sono certamente anche tua madre e la tua amica. Tutti lo sono, Mayumi. Solo che non sei in grado di accettare il mondo pulito delle altre persone. Se amate il genere weird e volete conoscere un’autrice nuova, ve lo consiglio. Se conoscete già Murata Sayaka (avete sentito parlare de “La ragazza del convenience store”?) vi consiglio assolutamente di recuperare Parti e Omicidi, la sua ultima pubblicazione. In generale, se volete una raccolta di racconti inusuale, questo libro fa per voi! InformazioniData di pubblicazione:2nd Maggio 20242nd May 2024Prezzo (Euro): 17N. Pagine: 147 [...] Read more...
Confessioni di un artista di merdaPhilip K. DickMondadori5Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Confessioni di un artista di merda è un romanzo psicologico di Philip K. Dick scritta nel 1959, l’unico romanzo di non fantascienza pubblicato quando Dick era ancora in vita. Dick riesce ad essere dissacrante e paranoico in qualsiasi storia, anche la più banale. Il protagonista di questo romanzo è Jack Isidore, che si autodefinisce un artista di merda. Jack è il classico disadattato, un po’ autistico, fissato con la scienza, ma che crede a molte teorie del complotto. Insomma, come mi immagino sia stato Dick nella sua giovinezza. La storia Ambientata nella California Americana degli anni ’50, la storia segue le vicende di Jack Isidore e della sorella Fay Hume, sposata con Charley Hume. Tutto sembra essere raccontato da Jack, anche se ogni capitolo alterna vari punti di vista, con anche parti in terza persona. Una scelta interessante, che spezza il flusso della storia, lo frastaglia. Vediamo le mille sfaccettature interiori dei vari personaggi, che crescono di spessore sotto le valutazioni degli altri.È una storia di tradimenti, di famiglia che si sgretola, personaggi violenti, manipolatori, strani, al limite della pazzia diagnosticabile.Non aspettatevi niente di normale dal pazzo Philip K. Dick. Il suo stile è sempre pregno di paranoia e sospetto. Le figure e i personaggi sembrano respirare aria più scura della nostra, vivere in un luogo più violento. O, forse, vedeva solo il mondo per com’era davvero. Ma Dick non faceva fantascienza? Sì, ma voleva pure diventare famoso. Questa idea lo attanagliò per tutta la vita. Era molto povero, e anche nel pieno della fama ebbe problemi di debiti. Pensava di dover avere di più, di essere nato per la grandezza (guardati adesso, Dick), una forma di mania classica in chi consuma amfetamine come fossero caramelle. Diceva che era pronto a metterci “venti o trenta anni per diventare uno scrittore famoso” e purtroppo credo pensasse che la fantascienza fosse troppo di nicchia per permetterglielo, così pubblicò molti romanzi che definiremmo “mainstream”. Sicuramente la fantascienza era il suo genere, il suo mode d’être. Se penso a Dick, immagino atmosfere soffocanti e androidi dalle sembianze umane che si mimetizzano tra noi. Non così lontano dalla California degli anni ’50, avrà pensato Dick. A chi lo consiglio? È un romanzo di Dick, basta questo di solito per venderlo. Ma non aspettatevi il classico Dick, per quello che possa significare. Perché è vero, non c’è fantascienza, ma Dick era un bravo scrittore, ed era fedele a se stesso. Quindi anche quando scrive cose “mainstream”, le classiche atmosfere sono sempre lì. È difficile da spiegare, ma tutto nel suo stile crea delle immagini fumose, perennemente noir. Non si può strappare l’essenziale da uno scrittore bravo, è una delle più grandi lezioni di scrittura che possiamo carpire da questo libro: lo stile trascende la storia. Il modo di raccontarla, le immagini che crea, fanno parte dell’anima del grande genio della scrittura che è stato e che per sempre sarà. Vuoi leggere altre recensioni di Sal? Tra i suoi articoli abbiamo le recensioni di Il problema dei tre corpi, Gli indifferenti, Moby dick, Rumore Bianco, Una cosa divertente che non farò mai più, e il grande classico di Anna Karenina. InformazioniData di pubblicazione:1st Gennaio 19751st January 1975Note di pubblicazione:Edizione Letta: Mondadori, traduzione di Maurizio NatiISBN: 9788804767770Prezzo (Euro): 13.50N. Pagine: 300 [...] Read more...
SettentrioneLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni Il libro censurato  Settentrione è un romanzo autobiografico pubblicato la prima volta nel 1963, dell’italiano naturalizzato francese Louis Calaferte, che con un linguaggio crudo, sessuale e poetico racconta la sua vita da scrittore maledetto. Ritenuto troppo osceno per il palato francese degli anni ’60, verrà censurato per più di vent’anni, per essere ripubblicato nel 1984 dalla casa editrice: Éditions Denoël; in Italia verrà tradotto da Neri Pozza nel 2006, e di nuovo nel 2024 da WOM Edizioni, la magnifica edizione che abbiamo letto per questa recensione.  I demoni di Calaferte  Settentrione ci racconta la vita di Louis, un giovane scapestrato impiegato in fabbrica che, senza mai soldi in tasca, si aggira come un fantasma per le strade di Parigi in cerca di ispirazione per il suo libro. In queste prime pagine veniamo catapultati nella testa dello scrittore, nella sua follia e nelle sue manie. Spesso volgari e sessisti, piene di sessualità repressa, i primi capitoli potrebbero infastidire il lettore più sensibile e annoiare chi non scova un motivo per continuare a leggere. Le prime pagine non raccontano una vera storia, nel senso classico del termine, ma raccontano la vita di un uomo: circoscrivono Louis ad un personaggio Bohémien, l’artista povero, sessuomane, pieno di turbe. Calaferte riesce a riversare tutte le sue idee più vili, conscio che prima o poi finiremo per odiare il personaggio che sta portando avanti, odiando di riflesso proprio Calaferte. Ma è questo lo scopo: il giudizio. Caleferte si confessa, come dice egli stesso nel retrocopertina. E non vuole espiazione dei suoi pensieri perversi e del suo essere rozzo e volgare. Vuole il nostro più duro giudizio. Un accenno di trama inizia ad intravedersi dopo i primi tre capitoli, dopo che Calaferte incontra Nora, una benestante signora olandese che intraprenderà un rapporto molto particolare con Louis. Il personaggio di Nora grida “metafora del capitalismo” da tutti i pori, è la classica signora arricchita grassa e opulenta che non ha mai conosciuto il duro lavoro. Lo stile di Settentrione Sicuramente la parte più interessante del romanzo di Calaferte è il modo in cui si racconta. Ogni parola è una lama affilata, pronta a colpire un nervo scoperto della psiche. Un testo denso e pieno di immagini evocative. Qualcosa di più simile a una lunga poesia, da rileggere e comprendere pian piano col tempo. Ed è il motivo per cui ho dovuto fare molte pause mentre leggevo. Alcune pagine vanno digerite, altrimenti si rischia di avere una stimolazione troppo forte e violenta, e tutto il libro inizia a sembrare un’accozzaglia di parole scritte a caso. Settentrione è tante cose: il diario di un pervertito; le confessioni di un artista maledetto; un trattato sul vivere ai margini della società; il sermone di un prete scomunicato; ma più di tutto è un libro scritto maledettamente bene. Con il Salotto Letterario abbiamo organizzato un GDL per la lettura, quindi ho avuto la possibilità di leggerlo con altre persone, che purtroppo non l’hanno trovato tanto interessante. D’altronde, per citare lo stesso Calaferte:  “Tous les livres ne sont pas pour tous les lecteurs indifféremment. Chacun doit trouver les siens. Les trouve-t-il, c’est l’harmonie.” Cioè: “Non tutti i libri sono per tutti i lettori indifferentemente. Ognuno deve trovare il proprio. Quando lo trova, c’è l’armonia.”  Quindi: come leggere Settentrione? Nel leggere Settentrione bisogna prestare attenzione: ad esempio mi è successo diverse volte di dover rileggere parti per capirle fino in fondo. Vi faccio un esempio: Verso la fine, pagina 323, Calaferte scrive: “Qui è l’inferno verde”. Ero abbastanza confuso, mi sembrava abbastanza tirato a caso, anche perché l’unico inferno verde che conosco è “Green Hell”, il gioco di Creepy jar. Pagine dopo, ecco un dettaglio essenziale. A quanto pare Calaferte stava scrivendo con inchiostro verde. Quindi il suo inferno verde è lì, in quelle pagine. Come dice egli stesso:  “Dopotutto, scrivere non è altro che ritenersi infelici.”  Ed è lo scopo del testo, secondo me: l’autoflagellazione continua di se stesso per colpa dei suoi più terribili pensieri. Delle manie più volgari, dei suoi demoni più forti. Per questo è sia un diario che un sermone. Egli cerca proprio il sacro, nel trash più sporco. Voto 4 InformazioniData di pubblicazione:30th Maggio 202430th May 2024Prezzo (Euro): 20.00N. Pagine: 330 [...] Read more...
It ends with usColleen HooverSperling & Kupfer3Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Pubblicato nel 2016, per quasi 4 anni è stato poco conosciuto, fino al boom nel 2022 dovuto al trend #booktok che grazie al passaparola tra i lettori social lo ha portato in vetta alle classifiche. It ends with us è un vero e proprio fenomeno editoriale. Ha venduto milioni di copie negli ultimi due anni ed è stato tradotto in più di 20 lingue. Il 21 Agosto uscirà il film ad esso ispirato diretto da Justin Baldoni e con protagonista niente meno che la bravissima Blake Lively, ma di cosa parla questo chiacchieratissimo romance?  It ends with us – la trama Lily Bloom è una ragazza di circa ventitré anni cresciuta in una famiglia con un padre violento. I frequenti episodi di aggressione di suo padre verso sua madre, hanno lasciato una cicatrice profonda nel cuore di Lily, che decide di lasciare la casa paterna durante il periodo universitario per trasferirsi a Boston. Casualmente, a Boston incontrerà Ryle, un giovane neurochirurgo appassionato e ambizioso, pronto a sacrificare qualunque cosa pur di fare carriera. Tra i due la tensione è palpabile, ma le diverse visioni della vita li convincono che una relazione non è possibile. Tuttavia, “la vita trova un modo” e i vari incontri casuali tra i protagonisti li porteranno ad avere una relazione. Durante questo periodo, sia Lily che Ryle dovranno affrontare tutte le ferite del loro passato insieme, fino a che Lily capirà di essere intrappolata in una situazione molto simile a quella di sua madre.  Non solo romance Sarò onesta: non sono fan del romanzo rosa. Quelli che ho letto nel corso della mia vita mi hanno delusa, quindi non avevo per niente delle vibe positive riguardo questo romance. Ho comprato e letto It ends with us per pura curiosità, in vista dell’uscita del film. Con il senno di poi devo dire che non è stata una lettura spiacevole, tutt’altro.  Come avrete capito dall’accenno di trama, It ends with us affronta tematiche molto delicate, prima tra tutte quella della violenza domestica. In una nota a fine libro, l’autrice ci spiega che la storia raccontata non è completamente frutto di fantasia: si ispira direttamente alla vita della madre dell’autrice, vittima di violenza domestica da parte del marito a cui la Hoover ha assistito per alcuni anni della sua infanzia.  Prima della lettura ero a conoscenza di questo dettaglio, e mentre leggevo mi sono chiesta con una stretta al cuore: “quanto di ciò che dice è successo veramente?”. Purtroppo per l’autrice, quasi tutto.  Ma It ends with us non è solo questo: l’autrice, tramite la voce di Lily, cerca di affrontare la situazione da diversi punti di vista. Nonostante sia chiaro quale comportamento sia da colpevolizzare e chi sono le vittime, la Hoover ci mostra quali possono essere i sentimenti e le ragioni di una donna vittima di violenza domestica che decide di non denunciare il marito violento ma continua a restare con lui.  Il motivo del successo di It ends with us Sapere che la storia non è completamente frutto della fantasia dell’autrice, ha fatto sì che le parole scritte mi colpissero con un impatto maggiore di quanto avrebbe potuto fare una storia di pura finzione. Questo mi ha fatto riflettere su quale fosse il motivo per cui It end with us abbia spopolato, soprattutto tra un pubblico giovane. Sempre più spesso sentiamo parlare di violenza domestica e, parlo in particolare dell’italia, in questi anni si cerca di sensibilizzare sempre di più sulla tematica sia per supportare eventuali vittime che non hanno il coraggio di denunciare il proprio compagno, sia per sensibilizzare ed educare le nuove generazioni. Quindi è comprensibile che It ends with us abbia avuto tutto questo successo. La scrittura è molto scorrevole, semplice. La narrazione è dal punto di vista di Lily, ed essendo una ragazza molto introspettiva cerca di capire anche i comportamenti degli altri. Nonostante questo, non ci sono descrizioni approfondite di luoghi o scenari, e anche se i vari personaggi hanno personalità molto definite e visibili, nessuno di loro è descritto approfonditamente e ne resta sempre una conoscenza superficiale. Credo che la forza di questo romance stia nella realtà dei fatti accaduti. Il lettore sa che sono veri, quindi sta male per la protagonista. Inoltre è una tematica delicata e non si potrebbe affrontare una lettura del genere con superficialità. La cosa che mi convince poco è che tutte le parti “romanzate” nel testo sono deboli. Gli eventi che legano i personaggi e gli incontri fortuiti tra i protagonisti si susseguono in modo troppo casuale, sospettosamente forzato. Spesso mi è capitato di pensare a possibili modi alternativi per descrivere gli incontri tra Lily e Ryle,  decisamente più verosimili e meno forzati di quelli che ho trovato nel testo. Per tutta la prima parte del libro quindi non ero molto colpita, talvolta infastidita. La grande ripresa nella seconda parte fa sì che questo libro meriti di essere letto. La scrittura diventa – ahimé – più realistica e di impatto. Quello che succede è verosimile e il legame che c’è tra i vari eventi non ha buchi di trama né forzature.  Se volete leggere questo libro, vi assicuro che vi emozionerà e vi terrà incollati alle pagine. Se siete il tipo di lettore che tiene molto anche allo stile narrativo, non vi aspettate un romanzo di alta letteratura. Preparatevi a dover accettare qualche forzatura nel testo volta a far accadere esattamente quello che vuole l’autrice. La sensazione è che i personaggi siano un po’ costretti in quello che è il futuro già scelto dalla Hoover, e quindi poco liberi di esplorare la loro stessa storia. A chi lo consiglio Ovviamente, a chi legge romance. It ends with us è anche, a mio parere, un ottimo testo per approcciarsi al genere per chi non ha mai letto nulla. In più se sei curioso e andrai a vedere il film, consiglio sempre la lettura del libro (sì, sono quel tipo di persona che legge il libro prima del film). Ad ogni modo, andrò al cinema a vedere It ends with us, e anche con grandi aspettative!  Fatemi sapere nei commenti se anche voi la pensate come me sul testo o non siete d’accordo! Vuoi leggere altri libri da cui hanno tratto film o serie tv di successo? Leggi la recensione di Povere Creature o quella de Il problema dei tre corpi. Informazioni [...] Read more...
Il problema dei tre corpi – la sagaLiu CixinMondadoriLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni Il Problema dei tre corpi è il primo romanzo della trilogia Memoria del passato della terra del prolifico e premiato autore Liu Cixin (Pechino, 1963). Ho letto l’edizione edita Mondadori, tradotta dall’inglese da Benedetta Tavani. L’edizione inglese usata per la traduzione è quella di Ken Liu, con note a piè di pagina per la spiegazione di alcuni riferimenti oscuri per il popolo occidentale. Un vero peccato è non avere una traduzione integrale dal cinese: la traduzione su due passaggi è comunemente usata in editoria, eccetto rari casi, e purtroppo il testo ne risente. Ho letto estratti della versione inglese e mi pare scorra di più. Un fun fact (poi non tanto fun) che mi piace ricordare sull’edizione inglese, è che i capitoli sulla rivoluzione culturale sono stati portati a inizio libro, come da volere dell’autore. Poiché nell’edizione cinese l’editor aveva deciso di spostarli in mezzo, per paura della censura del governo. La storia – Spoiler free La storia inizia in Cina, nel periodo della Rivoluzione e nel clima di terrore in cui vivevano i rivoluzionari. Protagonista è l’astronoma Ye Wenjie(叶文洁), il cui cognome, con un leggero salto di fantasia, suona come Wenjing (文静) che descrive una persona calma e tranquilla, come la immagino nel testo. Questi piccoli vaneggi sui nomi sono il motivo per cui in una doppia traduzione il testo viene assolutamente cambiato. Ye viene ritenuta una pericolosa rivoluzionaria, e quindi esiliata e costretta praticamente alla prigionia. Eppure, diventerà la persona più importante nella storia dell’umanità: sarà la prima a scoprire che non siamo soli nell’universo, riuscendo a mettersi in contatto con una razza aliena, superiore in tecnologia all’umanità.Nel Il Problema dei tre corpi viene affrontato proprio questo aspetto: Come reagirà il mondo a una notizia del genere? Siamo davvero pronti a entrare in contatto con gli Alieni? Possiamo fidarci a farli venire in pace sul nostro pianeta o dobbiamo armarci?Tutte queste domande troveranno risposte, ma dovrete leggere anche gli altri due libri. A chi lo consiglio Lo stile narrativo di Liu Cixin nel Problema dei tre corpi mi piace molto. È esaustivo nelle descrizioni delle tecnologie, aliene e umane, e lascia “respirare” molto i suoi personaggi. Si riesce a capire che è affezionato a ogni anima che crea nel suo mondo, la lascia libera di esplorare se stessa e le azioni che compiono sono abbastanza naturali. La storia si sostiene molto bene, e tutta la trilogia non ha grossi buchi di trama e nessun momento in cui ho pensato che stesse forzando la storia. Anzi, tutte le rivelazioni e i colpi di scena mi sono sembrati molto originali, e nel complesso mi ha fatto riflettere.Il punto di forza di questo libro, e sicuramente anche degli altri due, restano alcune idee di scienza, di filosofia e di sociologia che mi hanno spinto ad una profonda riflessione su come il mondo possa davvero reagire a un incontro con gli alieni. Si sente che Liu Cixin nel Problema dei tre corpi usa tutto il suo background scientifico, e le sue spiegazioni mi hanno sempre soddisfatto.Alcuni punti critici per me, sono stati il leggero (neanche tanto) velo di sessismo presente nel testo, di cui vi parlo più approfonditamente qui sotto, nella sezione spoiler. Le donne vengono sempre rappresentate come fragili, emotive, materne. E tutte le decisioni che prendono sono illogiche e dettate da sentimenti nascosti in ogni donna. Su molte cose, io e Liu non la pensiamo assolutamente allo stesso modo. Ma ovviamente questo non c’entra nulla, la storia è davvero bella. Mi aspetto che sarà uno di quei libri che farà appassionare al genere fantascientifico molti ragazzi. Anche grazie alla serie Netflix.E poi, è piaciuto anche a Obama, che ha detto: “Fun to read, partly because my day-to-day problems with United States Congress seem fairly petty.” Mi fa molto ridere pensare che mentre lo leggeva, pensava “dai, almeno non devo pensare pure agli alieni”. Attenzione, Spoiler! Questa sezione contiene spoiler su tutti e tre i libri, avventurarsi in questi meandri è altamente pericoloso. La foresta oscura Forse l’idea che mi è piaciuta di più: quando si viene a scoprire che l’universo è popolato da predatori; non siamo soli, ma sono tutti pronti a distruggerti. L’unica opzione per sopravvivere nell’universo è stare zitti e buoni, perché rivelare la propria posizione, significa morte certa.Quest’idea mi ha fatto accapponare la pelle, ed è assolutamente geniale. Il pericolo esiste davvero, è uno dei possibili scenari della teoria de giochi, e uno dei motivi per cui la guerra fredda ci ha fatto tanto paura. Attaccare il prima possibile spesso è una strategia vincente, anche se altamente distruttiva. Non è detto che l’evoluzione prediliga l’arte e il rispetto, su scala universale. Voi cosa ne pensate? Sono davvero curioso di parlarne e di sentire altre idee. La quarta dimensione L’idea che un popolo avanzato tecnologicamente possa sfruttare le dimensioni a suo piacimento non è certo una novità. Anche usarla come arma non è una novità, mi ricordava sempre la Zona fantasma dei Kryptoniani. Eppure, quando lo spazio azzurro scopre i resti delle entità quadri dimensionali alla deriva nel cosmo, come piccoli pesci in acquari che stanno prosciugando, mi sono sentito male. Mentre leggevo, sentivo un senso di fatalità estrema. È nella natura umana utilizzare le risorse fino alla completa rovina. E se tutte le altre civiltà fossero come noi? Avare e noncuranti dell’universo in cui viviamo, capaci solo di distruggere. E questo credo mi abbia fatto innamorare della serie. La potenza con cui Liu cerca di avvertirci che c’è bisogno di un cambiamento, che per me sarebbe di fare l’amore e non la guerra. Anche se forse non è proprio lo scopo dell’autore, che penso sia più sul “bisogna subito armarsi e lanciare la prima bomba, avere l’arma più grossa.” Voto 3/5 Ti è piaciuto questa recensione? Se vuoi leggere altro scritto da Sal, tra i suoi articoli abbiamo le recensioni di Gli indifferenti, Moby dick, Rumore Bianco, Una cosa divertente che non farò mai più, e il grande classico di Anna Karenina. Informazioni [...] Read more...
Gli indifferentiMoraviaLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni Introduzione Gli indifferenti è il romanzo d’esordio di un giovanissimo Alberto Moravia (1907-1990), pubblicato in Italia nel 1929 da Edizioni Alpes, a spese dell’autore. Alberto Moravia inizia a scrivere “Gli indifferenti” nel 1925, mentre si trova a Bressanone per curare una tubercolosi ossea che lo costringe a letto. La trama de “Gli indifferenti” Tolstoj avrebbe riassunto così la trama: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.”Michele e Carla, fratello e sorella, entrambi vent’enni, vivono senza padre, con la madre Mariagrazia, in una villa borghese nel centro città. Sono stati una famiglia abbiente, amalgamati nel tessuto sociale dell’alta borghesia; ora si trovano indebitati fino al collo, tanto da dover vendere la loro villa a un losco individuo: Leo Meremuci, il quale è anche l’amante segreto di Mariagrazia.Leo è la figura classica del capitalista imbruttito dal denaro: calvo, paonazzo, libidinoso; una specie di satiro coi soldi. La sua libidine vogliosa e la ricerca del voler sempre di più, tipica degli individui mai sazi di vita e soldi, lo portano a voler conquistare non solo la madre, ma anche la figlia Carla. Lei sta al gioco, ma senza veri sentimenti, quasi a voler sfidare la madre e la società per potersi sentire meno oppressa, o forse solo per combattere la noia. Ci dice: Tutto doveva essere impuro, sudicio, basso, non doveva esserci né amore né simpatia, ma solamente un senso cupo di rovina. In tutto questo trambusto di tradimenti e amori nascosti, c’è Michele: l’indifferente per eccellenza.Uno che vorrebbe “solo essere un imbecille”, e non pensare a nulla. Questo ragazzo è conscio di essere un indifferente, il suo stato gli è chiarissimo, e nonostante la sua voglia di sincerità, finge continuamente: Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere, questo è il principio di ogni fede. Lui è un attore, mosso non da vere passioni o sentimenti, ma da quello che crede sia giusto fare in una determinata situazione, quello che pensa sia normale, scenico, d’impatto. Alberto Moravia è del tutto conscio della teatralità di Michele: tutto è raccontato come fosse una commedia; ci descrive la scenografia — case borghesi o interni di macchine per lo più — e poi, come marionette, lascia interagire i personaggi con Michele lì, che decide sul momento che reazione avere, quasi per gioco, perché non gliene frega nulla. La noia di vivere Gli indifferenti è uno di quei libri che ti resta sullo stomaco, una volta finito: la storia è un ritratto troppo coerente del nostro tempo, della modernità che distrugge le certezze e ci rende insensibili a tutto. I giovani Carla e Michele, sono ormai dei fantocci, incapaci di prendere in mano la loro vita, di agire per i loro scopi.Moravia scrive questo libro nel 1929, ormai il regime fascista è ufficiale da sette anni; e lui lo sa che sono stati proprio gli indifferenti, i silenziosi, a permettere la sua ascesa. Possiamo leggere di Leo come un Mussolini familiare, una forza esterna prorompente che si insidia nella casa di Michele senza permesso, con il fare spavaldo del bullo. E cosa fa Michele? Beh leggete il libro, ma io spero che abbiate indovinato che alla fine resta abbastanza indifferente.Un altro grande tema del libro è ovviamente la famiglia, prendiamo un esempio di descrizione: Sedettero tutti e tre (la madre e i due figli) nella fredda sala da pranzo, intorno alla tavola troppo grande; mangiarono senza guadarsi, con gesti gelidi e deferenti di sacerdoti celebranti un rito; non parlarono; questo silenzio appena interrotto dall’urto leggero dei cucchiai nelle scodelle, ricordava il rumore chirurgico, durante l’operazioni. Nella scena io sento il rumore sfarfallante dei led d’ospedali; il bianco accecante di muri impersonali; li vedo in camice da operazione, seduti ad un tavolo enorme, a mangiare frattaglie con gelidi bisturi asettici. Tutto questo è evocato dalla sensazione di freddezza estrema in un momento che dovrebbe essere gioviale, la famiglia riunita a tavola per du’ spaghi. E c’hanno pure i domestici che cucinano e lavano al posto loro: chi li capisce i ricchi.Questo è il mondo che ha lasciato la prima guerra mondiale, un mondo che si accinge alla modernità e ad una nuova guerra mondiale.E chi permette che si facciano le guerre?Moravia ce lo dice chiaro e tondo: state attenti agli indifferenti. Conclusioni Che dire, se vi piace la buona letteratura non potete sbagliare. Moravia è sempre una garanzia, sempre attuale e, se preso con un minimo di cervello, ci lascia anche tempo per riflettere.Ho sentito alcune recensioni dire che fosse un po’ lento: io sono rimasto attaccato al libro tutto il tempo. La storia è un classico intreccio amoroso, un dramma ispirato alle storie d’amore tragiche di Tolstoj e Dostoevskij; chi è abituato ai libri pieni di avvenimenti magari ha questa percezione di “immobilità”, ma è esattamente quello che provano tutti i personaggi del libro, che se anche le cose succedono, alla fine è tutto uguale a prima: una schifezza.Fatemi sapere nei commenti se l’avete letto e se vi è piaciuto! 5 InformazioniData di pubblicazione:1st Gennaio 19291st January 1929Prezzo (Euro): 14.25N. Pagine: 328 [...] Read more...
Moby dickLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni Chiamatela recensione, o articolo, o perfino riassunto: come volete. Moby Dick è il capolavoro di Herman Melville, ritenuto uno dei più grandi romanzi americani da più o meno tutti quelli che hanno avuto il coraggio di leggerlo. Siccome è un libro che spesso si deve leggere, ho pensato di dividere la recensione in due parti distinte: Recensione, questa recensione, con le mie considerazioniRiassunto, riassunto della storia, elenco dei personaggi, simbologia e qualche riflessione “accademica”. Moby dick è una storia vera Insomma, più o meno. Secondo molti il romanzo si ispira in parte ad una storia di cronaca vera: una nave baleniera, la Essex, attaccata e affondata da un enorme capodoglio. Ma lo stesso Melville, per conto di Ismaele, ci racconta i miti e leggende di questa balena bianca, figura mistica, che appare nelle storie dei marinai balenieri. Lo stesso Melville deve aver sentito con le sue orecchie queste storie, nei suoi viaggi continui della giovinezza. Melville si arruola come baleniere nel 1841, dieci anni prima di scrivere Moby Dick. Tutta la sua esperienza da viaggiatore è presente in questo libro, si capisce subito che Melville è un uomo di mare, un marinaio provetto, che nel tempo è riuscito a mantenere una sensibilità e una dolcezza atipica per un marinaio.  Lo stile e il genere Moby Dick è stato definito da Harold Bloom una poesia in prosa in stile shakespeariano: un esempio è il finale-monologo del capitano Acab o, nel capitolo quaranta, dove il testo è praticamente una sceneggiatura e i diversi attori sono i membri dell’equipaggio. E questa impressione di essere in un teatro l’ho sentita molto, durante la lettura. Anche perché molti capitoli hanno una piccola introduzione che cita il luogo dove si svolgerà il capitolo e quello che stanno facendo i personaggi, come fosse appunto una sceneggiatura. Il libro è un’epica sulle gesta di vendetta del capitano Acab, ma anche un saggio sulla baleneria e sull’animo umano. Allora qui iniziamo a capire la grandezza dell’opera di Melville. Una fusione coerente di generi diversissimi, preludio della modernità. Melville non si lascia confinato in un genere. Potrebbe raccontare solamente della caccia e di Acab, delle avventure per i mari di un gruppo di marinai scalmanati, magari avrebbe fatto più successo nel suo tempo, eppure sceglie di esprimere tutto il suo essere in questo libro. Riversa in esso tutto se stesso, la sua conoscenza e la sua anima. Ed è un libro grosso, pesante, che dopo un capitolo intero sul perché il bianco è un colore importante, ci chiediamo “ma servono davvero tutte queste informazioni?” Mi ricorda un certo David Foster Wallace, le cui note nel testo suscitano la stessa domanda. Ed ecco Melville, scrittore dell’ottocento, confrontato con Wallace, uno tra i più importanti autori contemporanei. Se questa non è grandezza, Moby Dick non parla di balene. È un libro LGBTQI+ friendly  A volte guardare un classico in ottica moderna è divertente, ed effettivamente Moby Dick si presta molto a questo gioco. Melville dedica tutto il libro al suo amico Nathaniel Hawthorne, al quale scriveva frequentemente lettere di questo tipo:  Il tuo cuore batteva nelle mie costole e il mio nelle tue, e entrambi in quello di Dio… È una sensazione strana — nessuna speranza è in essa, nessuna disperazione. Contentezza — ecco cosa è; e irresponsabilità; ma senza inclinazione licenziosa. Parlo ora del mio senso più profondo dell’essere, non di un sentimento incidentale. Da dove vieni, Hawthorne? Con quale diritto bevi dal mio calice di vita? E quando lo avvicino alle mie labbra — ecco, sono le tue e non le mie. Sento che la divinità è spezzata come il pane durante l’Ultima Cena, e che noi siamo i pezzi.” [Lettera di Melville a Hawthorne, fonte: The marginalian] Solo io inizio ad avere caldo, qua? Ma questi sono solo pettegolezzi tra scrittori.Uno dei passaggi che più si usa per avvalorare questa tesi dell’omosessualità lo troviamo nel capitolo “Un amico del cuore” nel quale Ismaele e Queequeg, dopo aver già dormito insieme una volta, sono costretti a dormire insieme una seconda volta. Nel letto iniziano a chiacchierare e Ismaele gli prende le testa e dice che sono sposati. Cosa che nella sua cultura significa che sono grandi amici. Il capitolo finisce con: “e così quella volta, nella luna di miele dei nostri cuori, giacemmo io e Queequeg, coppia assettata e amorosa.” Ancora, altri vedono un’orgia omosessuale nel capitolo novantaquattro, uno dei miei preferiti, dove c’è questo passaggio: Spremere! spremere! spremere! per tutta la mattina: spremetti quello spermaceti, finché mi prese una strana sorta d’insania e mi accorsi di spremere inconsciamente in esso le mani dei colleghi scambiandole per i globuli leggeri. Un così traboccante, affettuoso, amichevole e appassionato sentimento sorgeva da quest’occupazione che, alla fine, io spremevo loro continuamente le mani e li guardavo negli occhi commosso, quasi a dire: «Oh! miei diletti compagni di vita, perché continueremo ancora a nutrire rancori sociali o a sentire il più leggero malumore di invidia? Su, spremiamoci le mani in circolo e anzi, spremiamoci l’uno nell’altro: spremiamoci universalmente nel latte e spermaceti del buon volere.”  Quando ho letto questo capitolo mi sono commosso. Non per la parte omoerotica, ma per la dolcezza che Ismaele sta provando in quel momento. Egli è un marinaio, insieme ad altri marinai burberi e stanchi, sta facendo un lavoro che – mi sembra – non sia il più carino del mondo. Eppure, su una nave sperduta in mezzo al mare, trova il momento di amare il prossimo, di essere commosso dal semplice “vivere”. Non ci sono modi per capire se Ismaele sia davvero omosessuale, e non ci dovrebbe neanche interessare. Come se amare il prossimo, essere commosso dal tocco dell’altro e voler amare un altro essere umano sia intrinsecamente omosessuale perché fatto tra uomini. Dovremmo semplicemente essere colpiti dalla sua sensibilità e dal suo spirito gentile così forte, da non farsi abbattere neanche in una situazione considerata da molti terribile.  Per chi è questo libro? Se hai sognato, almeno una volta, di partire su una nave e non tornare mai più, allora leggi Moby Dick. Se ti piace la grande narrativa, se ti piace Shakespeare dal sapore piratesco, unito all’epica, leggi Moby Dick. Se, invece, lo devi leggere perché è importante, pensaci bene. Alla fine del gioco, Moby Dick parla di balene e di baleneria. Possiamo trovarci tutti i simbolismi che vogliamo. Possiamo scrivere saggi interi sul significato di Moby Dick che rappresenta Dio e Acab è il primo uberman che cerca di uccidere Dio, finché non ci riuscirà Nietzsche. Possiamo trascorrere ore a parlare dei significati dei nomi religiosi del testo, ma alla fine è un libro che per il novanta percento è un saggio sulle balene, e va affrontato con quest’animo, altrimenti si corre il rischio di non apprezzarlo. Poi, quando ci saremo convinti a leggere un saggio sulle balene, scopriremo uno dei più grandi romanzi mai scritti: “I Came Looking For Copper (le balene) And I Found Gold (una poesia in prosa in stile shakespeariano)”.  5 Note a pié pagina Riporto in inglese per far sentire le sonorità shakespeariane: “I turn my body from the sun. What ho, Tashtego! let me hear thy hammer. Oh! ye three unsurrendered spires of mine; thou uncracked keel; and only god-bullied hull; thou firm deck, and haughty helm, and Pole-pointed prow,—death-glorious ship! must ye then perish, and without me? Am I cut off from the last fond pride of meanest shipwrecked captains? Oh, lonely death on lonely life! Oh, now I feel my topmost greatness lies in my topmost grief. Ho, ho! from all your furthest bounds, pour ye now in, ye bold billows of my whole foregone life, and top this one piled comber of my death! Towards thee I roll, thou all-destroying but unconquering whale; to the last, I grapple with thee; from hell’s heart I stab at thee; for hate’s sake I spit my last breath at thee. Sink all coffins and all hearses to one common pool! and since neither can be mine, let me then tow to pieces, while still chasing thee, though tied to thee, thou damned whale! THUS, I give up the spear!” – Monologo finale di Acab, capitolo: “La caccia, terza giornata”. Pagina 121 della traduzione di pavese, il capitolo è “un amico del cuore”. Vedi Moby dick – riassunto Informazioni [...] Read more...
Ci vediamo in AgostoMondadori5Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Il libro giusto al momento giusto Sono entrata in libreria alle sette di un mattino grigio. Aspettavo il treno alla stazione di Milano e avevo un bisogno estremo di amore e di dolcezza. Di parole sensibili e di una storia degna di questo nome. Entro in libreria, angolo “Novità”. Primo libro del primo scaffale, Marquez – Ci rivediamo in Agosto. Un titolo caldo, una copertina che ispira tranquillità, un autore che è sempre una certezza. Era un segno e l’ho acquistato senza neanche pensarci. L’ultimo regalo di Marquez La storia è quella di Ana Magdalena, una donna di mezz’età che ogni anno, ad Agosto, fa un viaggio verso un’isola Caraibica per portare sulla tomba della madre un mazzo di gladioli. Durante questi viaggi, seguiremo l’evoluzione di una donna che riscopre il significato di sensualità e passione. Giudicando il libro migliore di quanto lo ricordassimo, ci è venuta in mente un’altra possibilità: che la mancanza della facoltà che non aveva permesso a Gabo di terminare il libro gli avesse anche impedito di rendersi conto di quanto fosse buono, malgrado le sue imperfezioni. Queste sono le parole dei figli di Marquez, Rodrigo e Gonzalo, riportate nel prologo. I due fratelli, a dieci anni dalla morte del padre, hanno deciso di tradire la sua volontà pubblicando questo libro, ormai pronto da anni che però Marquez ha sempre giudicato “incompleto”. Come apprendiamo dalle note del suo editor, Cristobal Pera, il libro che abbiamo tra le mani è frutto di cinque revisioni curate da lui e dallo stesso Gabo, più altre revisioni e note sparse lasciate da Marquez. Anche se quest’ultima versione riporta in copertina la scritta “Gran ok final” dell’autore, in realtà Gabo ha deciso di metterlo da parte giudicandolo come un lavoro imperfetto, non degno della stessa fama del suo più grande successo, Cent’anni di solitudine e che quindi andava “distrutto”.Dopo averlo letto vi posso assicurare che la decisione di Rodrigo e Gonzalo è stata una benedizione per noi lettori, e vorrei poterli ringraziare di cuore. Quello che abbiamo tra le mani è un quadro.Un dipinto impressionista che prende forma più lo si guarda, che dipingiamo con Marquez freneticamente in ogni sua pennellata veloce e decisa. Lo guardiamo agire nella maestosità dell’atto pittorico e restiamo senza fiato e senz’anima quando ha finito, catturati da lui in questo dipinto. Ci vuole un momento per riprendersi. Il romanzo di Marquez è un regalo di suoni, colori, sensazioni. Nonostante le facoltà mentali di Gabo fossero ridotte dalla sua malattia (per chi non lo sapesse, aveva sviluppato il morbo di Alzheimer) il testo, anche grazie alle capacità editoriali di Cristobal, è in grado di regalare emozioni e coinvolgimento. Percepiamo quello che la protagonista percepisce, le sue sensazioni fisiche, i vestiti sulla pelle, il caldo dell’estate, la magnificenza della natura con i suoi colori e i suoi odori. Perché dovete leggerlo Se avete letto altro di Marquez, va da sé che non possiate perdervi l’ultimo suo romanzo. Se non vi siete mai approcciati all’autore ma avete bisogno di una storia calda, avvolgente, da divorare in poche ore, allora dovete leggerlo. Citazioni Si sentì maliziosa, allegra, capace di tutto, e imbellita dalla mescolanza sacra della musica con il gin. InformazioniData di pubblicazione:6th Marzo 20246th March 2024Prezzo (Euro): 17.50N. Pagine: 117 [...] Read more...
Non ora, non quiFeltrinelli3Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Introduzione Non ora, non qui (Prima edizione 1989) è il primo romanzo di Erri De Luca. Più propriamente, è un antiromanzo – ovvero non rispetta i canoni tipici del romanzo – psicoanalitico – cioè, si concentra su un monologo interiore dell’autore che esorcizza un malessere con la scusa di scrivere un libro. Un po’ come Svevo fa con la coscienza di Zeno, per intenderci. In più ha una struttura circolare – è veramente un casino.Oltre alle nude definizioni, “Non ora, Non qui” è un viaggio nell’infanzia di Erri De Luca, sono i suoi ricordi, le sue emozioni. La sua scrittura serve a lui per riattraversare quei ricordi intimi e importanti. È un racconto personale, vivo, ed è apprezzabile la sincerità e la candidezza con cui Erri De Luca riesce a esprimere se stesso. La storia Protagonista di “Non ora, Non qui”, è la malinconia. Una malinconia che definirei secca, senza lacrime. La realizzazione di una vita che sta per finire, ed è poetico che sia il suo primo libro. La vera vita di Erri De Luca inizia proprio dopo averlo scritto.Più che una storia, “Non ora, non qui” è un viaggio. De Luca si racconta, senza filtri e senza censura, della sua vita da bambino e parte dell’adolescenza. È la storia di un bimbo timido, balbuziente, che trova una voce, rotta dal difetto di pronuncia, nella scrittura. Per dirlo nelle parole di De Luca: Parlare è percorrere un filo, scrivere è invece possederlo, dipanarlo. “Non ora, non qui”, è l’urlo che si sente ripetere chi si sente fuori luogo in ogni posto: Il pazzo e il sognatore, il visionario e chi sente la musica che gli altri mutano. De Luca riesce a scrivere di loro, di tutti i dimenticati, di chi si sente perso nel mondo e si sente ripetere ogni volta: “Non ora, non qui”.De Luca non scrive bugie. Egli però, non scrive neanche verità; scrive ciò che prova, scrive la soggettività della sua anima senza commenti e giudizi affrettati. Veniamo sommersi dall’identità poetica di De Luca, rapiti dal nostro mondo per sentire il suo. Segno, questo, dei grandi scrittori.In “Non ora, non qui”, De Luca si concentra sui piccoli gesti: sull’odore del caffè tostato della moka che risveglia i ricordi della casa, sulle urla di Napoli – chi c’è stato lo sa com’è – su Filomena, la bambinaia tuttofare di casa sua così gentile e delicata, sul mare e sui tuffi con gli amici scomparsi. E tutto questo, unita alla prosa poetica e evocativa ci lascia sospesi a mezz’aria, nel mondo liminale, illuminato dalla torcia dalla flebile luce, tenuta dalle ruvide mani di De Luca.Sentite, perché leggere possono tutti, ma provate a sentire, questo passo: … la pelle messa a sole e sale, peluria chiara e nera, spire di ricci, sandali, pizze, sonno. Le emozioni La voce di De Luca è ruvida, profonda. È un uomo la cui scrittura fa notare i calli sulle sue mani. La forza della sua voce è decisa, precisa, ci si rende conto che sa esattamente cosa vuole dire, e che se magari ogni tanto si perde in certi passaggi, è sempre una discesa controllata, mai capitombola.Leggere “Non ora, non qui”, è stato come chiacchierare con un caro amico, cui vogliamo bene e che si racconta. Non si arriva da nessuna parte, non si scopre nulla di eccezionale. Eppure quando si chiude il libro, ci sentiremo più ricchi: ricchi di esperienze, ricchi di empatia, disposti a carezzare un amico che vogliamo bene, a dire a nostra madre che le vogliamo bene. Vogliamo fare del bene. Lo dice lo stesso De Luca: Anche un rossore risparmiato ad un altro è parte delle nostre responsabilità. Quindi sì, ci fa anche un po’ la morale, questo De Luca. Eppure lo perdoniamo, perché dopo le esperienze che abbiamo passato con lui nel libro, siamo completamente solidali. A chi lo consiglio Sempre un affare spinoso, in teoria un libro è per tutti. Ho notato che però non è così, per una questione di tempistiche, se un libro arriva troppo presto o troppo tardi nella nostra vita potrebbe succede di non apprezzarlo abbastanza. Ce lo roviniamo perché ci aspettiamo qualcosa date le nostre esperienze.Ecco, De Luca è così, e se uno ci inciampa sopra e si aspetta una storia classica, ne viene deluso.È un libro pacato, dai toni ruvidi ma dolci. La prosa di De Luca a volte somiglia a quell’antilingua di cui parlava Calvino, però è solo un doversi abituare al suo modo di scrivere e di presentare i concetti. Ad esempio: Non ci piacevano i coetani che aspettavano sera sui muretti a darsi arie di maneggiare i primi soldi elargiti. Ora: io elargiti non lo userei mai e in generale tutta la frase ha un che di costruito che mi ha fatto storcere il naso. Eppure nel contesto, dato il senso e il voler creare quel senso di liminale, riesco a perdonarlo.Quindi, bisogna leggerlo con apertura, facendosi bagnare dal mare di emozioni che riesce a esprimere De Luca. Per me è stato il primo di libro di questo autore e, sicuramente, ne leggerò altri. Vuoi leggere altre recensoni di Sal? Guarda queste! Rumore Bianco di Don DelilloAnna Karenina di Lev TolstojWallace e la cosa divertente che non farà mai più Informazioni [...] Read more...
Rumore biancoDon DelilloET scrittori5Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Aneddoti personali Rumore bianco (White noise 1985) scritto dall’italo-americano Donald Richard “Don” DeLillo è un libro dal sapore post-modernista che affronta la tematica, ormai diventata un culto, del consumismo e dell’esposizione mediatica costante a cui siamo costretti tramite televisori e radio. Rumore bianco è un distopico iperrealista. Uno squarcio su un mondo assurdo e insensato troppo vicino al nostro. Come il rumore bianco Grazie alla bravura del “Don” siamo catapultati in un mondo caotico. Sempre distratti da colori e informazioni irrilevanti. Il mondo diventa un rumore continuo dove tutte le informazioni hanno lo stesso grado di importanza: nessuno. Costretti a vivere soli in un mondo rumoroso e pauroso che non conosciamo. Costretti a confrontarci con la paura di morire mentre siamo al supermercato a scegliere quali cereali mangiare a colazione.Il protagonista di Rumore bianco è Jake Gladney. Professore e presidente di studi hitleriani nel college della bucolica cittadina di Blacksmith, dove vive con Babette, la sua quarta moglie, e i suoi figli: Denise; Heinrich; Steffie; Wilder. I quali sono tutti figli avuti fuori dal loro matrimonio.La storia è molto semplice. Jake riesce a convincere il direttore ad aprire un nuovo dipartimento sulla figura di Hitler. Il successo è immediato, la figura di Jake cresce sia in influenza che in dimensione fisica, sotto consiglio dello stesso direttore. Inizia a girare per il campus con degli occhialini neri sempre sul naso e la lunga toga nera che gli copre il corpo. Si nasconde in questi simboli e nella figura mitologica di Hitler. La storia è divisa in 3 atti. Nel primo atto conosciamo i personaggi di questo mondo distopico e caotico. Conosciamo anche la figura enigmatica, e la mia preferita, del racconto. Murray Jay Siskind, professore nello stesso college di Jake.Lo stile di DeLillo è preciso nel caos. Mentre il protagonista parla di qualcosa di importante veniamo distratti da un suono, una parola, una radio accesa o qualche membro della famiglia che fa una domanda a cui nessuno sa rispondere. È il caos della vita americana in tutto il suo splendore, caos che ormai ha abbracciato anche l’Europa. A Blacksmith la vita procede tranquilla, o almeno così pensano i protagonisti. De Lillo fa un lavoro magistrale nel lasciare i segni di un’apocalisse imminente in tutto il primo atto. Eppure, tutta la famiglia è troppo stordita dai continui segnali del mondo moderno per captare che qualcosa effettivamente non sta andando per il verso giusto. Alla fine l’apocalisse arriva ed inizia il secondo atto: l’evento tossico aereo. Un unico capitolo iconico. Un capitolo che trasforma la storia e la rende ancora più assurda, a tratti grottesca. Mi ha colpito particolarmente la scena iniziale, dove viene annunciato il disastro aereo. La famiglia è riunita a tavola a mangiare. Il silenzio è cupo e aleggia la misteriosa minaccia dell’evento tossico. Ma nessuno batte ciglio, i segnali non vengono colti perché si mischiano al rumore bianco sempre presente. Un capitolo che mi ha ricordato il periodo del covid e l’isteria di massa che ha provocato. Un capitolo incredibile, fuori dal tempo e sempre attuale. Nel terzo atto viene affrontato l’altro grande tema del libro: la paura della morte. L’altro rumore bianco sempre presente. Qui assaggiamo una morte diversa, una morte moderna. La morte che vive una vita indipendente dalla nostra. Un vecchio detto di Epicuro ci ricorda: “la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi.” Ma non vale più nel mondo moderno. La malattia può convivere dentro di noi mentre ci consuma. La morte può vivere con noi per un interminabile momento.Diventa una compagna e un’amica con cui bisogna convivere. Libro da leggere o solo rumore bianco? All’inizio, il lettore abituato a testi più lineari e meno eclettici, potrebbe far fatica a comprendere il disegno di DeLillo. La sua scrittura è un riflesso del mondo che racconta, cosa che personalmente apprezzo sempre molto quando leggo. Un capolavoro sempre-verde della scrittura americana, che ormai, volente o nolente, non vale più solo per gli USA. Siamo figli anche noi delle Torri Gemelle e del MC Donald, quindi DeLillo riesce a colpirci con spaventosa precisione. Questo è stato il primo libro di DeLillo che ho letto e personalmente mi è piaciuto molto. È uno di quegli autori da approfondire, che lascia un messaggio intenso al termine della lettura.Se siete più inclini ai film e volete una buona visione con gli stessi temi, consiglio il film Rumore Bianco del 2022 di Noah Baumbach con Adam Driver (personalmente mi piace ricordarlo come Paterson) e Greta Gerwig nelle vesti di Babette. Nel complesso un’opera che è costretta a vivere per sempre nel segno della modernità. Qualcosa che ci sfida a rivedere il concetto di rumore moderno. Sapevate che gli uccelli che vivono in città hanno in media un cinguettio più forte? Quasi urlano al confronto dei loro fratelli in natura. Sono sicuro che DeLillo non si sorprenderebbe. Ti è piaciuto questo post? Seguici su Instagram per rimanere sempre aggiornato! Informazioni [...] Read more...
Una cosa divertente che non farò mai piùMinimum fax4Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Introduzione “Una cosa divertente che non farò mai più” (A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again) è una raccolta di saggi di David Foster Wallace, pubblicata per la prima volta in America nel 1997 e in Italia – come singolo saggio – nel 1998 dalla casa editrice minimum fax nella collezione sotterranei. L’originale è stato scritto come fosse una brochure pubblicitaria di una nave da crociera, lo potete trovare in PDF qui. Consiglio di almeno dargli un’occhiata perché è una delle cose più graficamente acide e sarcastiche – probabilmente sotto consiglio di Wallace – che abbia mai visto. Il libro nasce quindi come reportage commissionato dalla Harper’s Magazine per mandare David Foster Wallace come inviato speciale sulla nave da crociera Extralusso MV Zenith della Celebrity Cruise. David Foster Wallace è ormai entrato in quella zona peculiare di nicchia/icona che è diventato un culto vero e proprio da chi è riuscito a finire Infinite Jest. Ed è assolutamente la posizione che gli spetta, poiché, per citare in una intervista Zadie Smith: “Wallace ha semplicemente quel genere di cervello che viene voglia di frequentare.” Quello che penso David Foster Wallace è tagliente, arguto, sempre pronto con un commento acido e sarcastico che punge dritto al cuore del problema. Quel genere di persona che se vi fa un commento che vi sembra innocente, dopo due giorni vi renderete conto che era una offesa velata a qualche parte nascosta del vostro carattere. Wallace non è mai uscito dall’età puberale.Una cosa divertente che non farò mai più è esattamente questo. Prendete un teenager anarco-nichilista e piazzatelo in mezzo ai peggio vecchi benestanti dell’America, in una crociera extralusso con tanto turbo-capitalismo e servilismo da far accapponare la pelle a Karl Marx. Aggiungete a questo teenager un pizzico di nevrosi e la Selacofobia – paura degli squali – e avrete questo saggio. Io l’ho amato dalla prima all’ultima pagina. Non mi soffermerò sullo stile di Wallace, dato che è il primo suo libro che leggo, e non ho affatto le competenze linguistiche per farlo. Posso dirvi solo che dovete essere pronti a leggere tante note a piè di pagina. E che le maledette note, a volte, hanno delle altre maledette note. Questo blocca il flusso del testo, lo spezza, e nel bel mezzo del discorso ci troviamo a saltare tra note e pagine, e a volte ho sinceramente perso il filo del discorso. Credo che non sia un grande malus, anzi, a volte Wallace tende a essere – coff coff – pesante. I suoi lunghi monologhi su quanto è terribile il “vecchio con la telecamera”, seppur arguti e sempre freschi, hanno bisogno di questi “respiri” delle note a piè di pagina, e credo Wallace lo sapesse, in qualche modo. Il saggio è un capolavoro, scorre fluidissimo – note a parte – e alla fine mi sono sentito come se avessi partecipato anche io a quella crociera, a commentare acidamente quei vecchi ricchi, insieme a lui. Perché Wallace riesce a prenderci per mano per accompagnarci nella sua testa.Ad esempio, quando crede che il capitano Dermatitis vuole ucciderlo, risucchiandolo nel cesso, perché è un reporter troppo ficcanaso, l’unica cosa che ho pensato è stata: “Sì, cazzo.”Che altro dire… potrei dirvi che nei primi capitoli – nel momento dell’imbarco quando sono tutti ammassati in un hangar aspettando il check-in – ha citato una volta il Checkpoint Charlie e ben due volte la deportazione della shoah. Potrei dirvi che ho riso come un deficiente quando si è presentato all’evento te in abito formale con una T-shirt con sopra disegnato uno smoking. Ma tutte queste cose sono solo una pubblicità e vi rovinerei quella che è l’esperienza sinceramente divertente – e triste – della sua crociera. In conclusione… Una cosa divertente che non farò mai più è sì un saggio comico, ma è un comico grottesco, l’umorismo dei comici che dicono la verità senza essere tediosi e pesanti. L’umorismo del fa ridere ma fa anche riflettere. Wallace riesce a spiegarci fenomeni sociali complessi, riesce a essere empatico e realista sul mondo. Anche quando è sarcastico e acido, si sente una fondamentale bontà del suo cuore. Si sente che usa la sua straordinaria intelligenza e la sua pungente ironia per comunicarci quello che per lui è sbagliato. Wallace riesce a essere tecnico senza stancare mai. Riesce a comunicare il suo disagio e la sua angoscia in un modo leggero e virtuoso. E mi ha lasciato un sapore amaro, un po’ post-moderno, sulla lingua. Ultimo consiglio: se state per fare un viaggio in crociera, per carità, non iniziatelo prima di salire a bordo. Citazioni “Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Ho visto un parrucchino in testa ad un ragazzo di tredici anni. Ho tenuto il ritmo di due quarti puntando il dito verso il cielo esattamente sulla stessa disco music sulla quale odiavo puntare il dito verso il cielo nel 1977. Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se il il tiro al piattello si fa all’aperto e a che è previsto il Buffet di Mezzanotte.” (Parlando del venir viziati promesso dalla brochure della crociera) … e naturalmente io voglio crederci – fanculo Budda – voglio credere che magari questa vacanza mi vizierà a sufficienza, che il lusso e il piacere saranno somministrati in maniera così completa e impeccabile che la mia parte infantile si sentirà finalmente appagata. Ma la mia parte infantile è insaziabile. – e anzi, la sua essenza, il suo Dasein, o quant’altro, sta proprio nella sua insaziabilità a priori. (Parlando del sistema di scarico del bagno nella sua cabina) I vostri escrementi più che rimossi sembrano essere risucchiati, e risucchiati a una velocità tale che vi fa pensare che vadano a finire in un luogo così lontano che diventano immediatamente una astrazione… una specie di scarico ad alto tiraggio esistenziale. Ringraziamo Sal per aver scritto questa recensione! Ti è piaciuta e vuoi leggere altre recensioni scritte da Sal? Guarda qui sotto! Anna Karenina – Recensione InformazioniPrezzo (Euro): 14.25 [...] Read more...
Il bacio sulla fronteLetterarie, RecensioniUlteriori informazioni Recensione Il bacio sulla fronte è un’autobiografia familiare. Sara Bontempi ci ha lasciato uno scorcio della sua vita, raccontandoci aneddoti della sua infanzia con nostalgia e affetto. L’idea, di per sé, è carina: la famiglia Urrico di origini campano-liguri, è la tipica famiglia italiana. I nonni di Sara sono il fulcro intorno alla quale gravitano tutti gli altri: figli e nipoti crescono in questa bolla familiare fatta di pranzi domenicali, Natali, compleanni. Nessun evento passa in sordina e tutti i membri sono parte attiva della comunità familiare. Chi ha avuto la fortuna di avere una famiglia così affiatata nella vita, può capire il trasporto nostalgico e affettivo dell’autrice. Apprezzo molto l’idea e guardo a questo libro con tenerezza. L’autrice voleva lasciare un segno, voleva che la sua memoria familiare venisse tramandata su carta.Nonostante l’impegno sono sicura ci sia stato nella sua stesura, che a quanto capisco dalle ultime pagine sia stato uno sforzo di gruppo da parte di tutti i componenti, non riesce a trasmettere emozioni al lettore. Forse è stato proprio questo voler far partecipare tutti che ha soffocato la voce emotiva di Sara, che si è ritrovata con un testo vuoto, un decalogo di fatti dalla narrazione sterile. Pagina dopo pagina leggiamo di aneddoti familiari che sembrano raccontati a voce dai parenti e trascritti su carta così come sono, senza un grande lavoro di editing sul testo che ha dato vita a pagine con errori, ripetizioni snervanti e al netto delle 60 facciate, troppo poco contenuto. Un altro problema è che questo testo si pone come un libro denuncia contro quelle che sono le “famiglie di oggi”, fatte di giovani indifferenti e adulti annoiati che passano il tempo sui loro telefonini e non vivono la quotidianità familiare. L’ho trovato parecchio riduttivo e soprattutto ha reso irritanti gli epiloghi moralisti che si trovano alla fine dei capitoli, in cui ci viene spiegato come la famiglia Urrico sia una famiglia speciale più di qualunque altra famiglia. Apprezzerei anche il moralismo se, effettivamente, ci fosse qualcosa di cui vantarsi. Ovviamente non voglio giudicare i sentimenti provati da questa famiglia che anzi, apprezzo e capisco. Quello che dico è che nel testo, questo essere speciali, unici, incredibilmente uniti e tutti per uno uno per tutti non l’ho sentito. Non ho percepito nulla se non un elenco di nozioni e aneddoti simpatici di una famiglia come tante. Una famiglia come la mia, ad esempio, figlia della tecnologia, la diretta interessata di tutte le prediche moraliste lette a fine capitolo. Conclusioni Purtroppo questo libro non mi ha catturato. Nonostante le ottime intenzioni che si pone questo testo, la narrazione non scorre, non trasmette emozioni significative e non sembra ci sia stata particolare cura del testo, sia sotto l’aspetto creativo che sintattico, risultando un elenco puntato di aneddoti e fatti. 1 Questo articolo ti è piaciuto? Scopri le recensioni per le nuove proposte!L’eremita – un viaggio tra scienza e teologiaLe nove spine – Alessandro Conforti Note Per la stesura di questa recensione ringraziamo Sara Bontempi per averci dato una copia digitale gratuita del suo libro! InformazioniData di pubblicazione:5th Dicembre 20235th December 2023Prezzo (Euro): 12.50N. Pagine: 69 [...] Read more...
Il pasto nudo BorroughsAdelphi5Letterarie, RecensioniUlteriori informazioni Antipasto Nudo Il Pasto Nudo è un libro scritto dall’americano William S. Burroughs (1914-97) pubblicato per la prima volta nel 1959 dall’Olympia Press e nel 1962 in America in edizione rivisitata, la più comune. Consiglio comunque di cercare le edizioni rivisitate del 2001, ampliata con materiale censurato.È il terzo libro dell’autore dopo Junkie (1953) e Queer (1985) e a differenza di alcune dicerie non fa parte della “the Nova Express Trilogy”, ed infatti l’autore smentisce l’uso della tecnica cut-up che ancora non conosceva mentre scriveva il Pasto Nudo. Il libro ha una struttura altamente non-lineare ed è composto da varie storie, routines, come le chiama Burroughs, che sono vagamente connesse e possono essere lette in qualsiasi ordine. Tema ricorrente è l’abuso di sostanze stupefacenti le quali permeano il libro e lo avvolgono in una nube tossica. Il libro è principalmente narrato in terza persona da William Lee, pseudonimo di Burroughs. La cui vita è essenziale per dare un senso al completo delirio del Pasto nudo. Questa è rivelazione e profezia di ciò che posso raccogliere senza fm sulla mia radio a galena del 1920 con antenna di sborra… Dolce lettore, nel flash dell’orgasmo vediamo Dio dal buco del culo. Il Piatto principale di Burroughs Burroughs è un personaggio incredibilmente complesso e i suoi libri non sono da meno. Eroinomane, uccide la moglie “inscenando Guglielmo tell” mentre è in Messico, riuscendo a scontare solo tredici giorni di prigione. Dopo questo evento traumatico è sempre più trascinato nel mondo della droga e della dipendenza. Per fortuna conosce Allen Ginsberg e Jack Kerouac, i quali lo aiuteranno a catalizzare i suoi traumi nei primi due libri. Nel 1957 Burroughs fu trovato dai due amici a Tangeri sotto pesante effetto di droga, sommerso da fogli che lo scrittore non ricordava di aver mai scritto. Kerouac e Ginsberg lo aiutarono a ricomporre i vari frammenti per dare vita a quello che oggi chiamiamo il Pasto Nudo. Per questo i racconti di cui è composto il libro sono sconclusionati e deliranti, eppure celano una lucida descrizione dell’animo umano. Queste descrizioni spesso sono così crude e penetranti che molti hanno dato a questo libro una eccezione quasi Horror. Quando lo si legge, però, ci si rende conto che non è l’intenzione di Burroughs e che le sue immagini vogliono suscitare le forti emozioni e sensazioni che lui stesso provava sotto effetto di stupefacenti. La particolare attenzione per l’atmosfera e le ambientazioni di ogni racconto sono uno dei piaceri per cui leggere questo libro. Il grado di immersione che riesce a ottenere è completo. Usando un linguaggio forbito con cui descrive situazioni sudice e brutali, ci risucchia in un universo parallelo e surreale di cui Burroughs ha il completo controllo, in cui è dio della sua visione ma soprattutto schiavo. Veniamo condotti completamente nel suo subconscio, altro grande tema del libro, e ci lasciamo trasportare con fiducia in mezzo ai suoi traumi, le sue paure, i suoi amori e la sua sessualità. La forza di ogni frase è pesata, ogni parola evoca sensazioni e dipinge con forza un’immagine precisa nel nostro subconscio. Dipingere è accurato perché Burroughs è stato anche pittore e questo spicca nel modo in cui scrive. Ogni frase è una pennellata impregnata di colore che sporca la tela e, per la fine del paragrafo, l’immagine che si viene a formare è completa, piena di forme fumose e immagini violente come un grottesco e sensuale show noir. Il surrealismo di Burroughs non è sempre piacevole, le immagini che crea mentre lo si legge ci possono far rabbrividire. La nausea che spesso provocano certe storie e la sconclusionatezza dei vari pezzi rendono questo capolavoro ostico a primo avviso. Il lettore che lo affronta come un libro classicoche ha un inizio e una fine, è condannato a restare completamente spiazzato. È un libro che va letto con l’intenzione di assaporare le frasi soffermandosi sulle immagini, anche se sgradevoli, per essere sommersi dalle emozioni e sensazioni che l’autore vuole convogliare. È un libro che ti lascia fare una passeggiata nel subconscio di un tossico e per godersela appieno bisogna cancellare il proprio io, ogni preconcetto, per essere riempiti dall’io di Burroughs. Capire cosa voglia dire il Pasto Nudo, cercare un senso a quello che si legge è un’impresa non da poco e paradossalmente un’impresa vana. Il Pasto Nudo è un libro unico, come del resto era Burroughs. La potenza delle situazioni e della prosa spesso colpiscono alla bocca dello stomaco. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo completamente perso nel libro, nauseato, non capivo assolutamente una ceppa ed era abbastanza frustrante andare avanti, per quanto fosse affascinante lo stile. Delle volte invece leggevo una frase e completamente a caso il libro mi diventava cristallino. Riuscivo a vedere l’intricata rete di connessioni delle varie storie che si influenzavano a vicenda e accadevano tutte nello stesso istante. Che Burroughs ci volesse trasmettere un avvertimento. L’atmosfera si trasformava in quella di 1984 o quella del Mondo Nuovo. Ambientata in questo mondo paradossale ma così vicino al nostro che ne sembra una naturale conseguenza. Ed è forse da questa naturale conseguenza che Burroughs ci avverte. Le sue sensazioni sono quelle di un tossico che amplifica ogni percezione fino all’estremo, così che una persona strana diventa un alieno e uno stato autoritario diventa lo stato fascista anti-omosessuale di Annexia. Per cui la realtà trasformata del pasto nudo è comunque la nostra realtà e quello di Burroughs sembra un grido d’aiuto di una mente sensibile che trasforma e catalizza tutta la violenza e la sessualità repressa di una società perversa. Questa è la triste realtà, Bill. Uno scrittore vive la triste realtà come ogni altro. L’unica differenza è che lui ne fa un rapporto. Dessert Il Pasto Nudo è un libro cult, entrato a far parte dei libri più influenti del XX secolo che ha suggestionato artisti di tutto il mondo. È considerato il miglior libro di Burroughs ed è uno dei libri più d’impatto che abbia mai letto. È un libro che si digerisce con pazienza, che lascia sensazioni potenti, spesso nauseanti, che restano impresse per sempre. Un viaggio, un paura e delirio a Las Vegas, ma sci-fi e più violento, che non avendo inizio o fine diventa eterno, circolare. È una trascrizione precisa di qualcosa che esiste solo nel subconscio di Burroughs. Lui ci ha fatto l’onore di aprire il suo io e di regalarci un capolavoro senza tempo. Estratto dal libro Ti ho mai raccontato dell’uomo che insegnò al proprio buco del culo a parlare? Il suointero addome si muoveva su e giù, capisci, scoreggiando parole. Come nient’altro che avessi mai sentito.Questa voce dal culo aveva una specie di frequenza intestinale. Ti colpiva laggiù come quando devi andare di corpo. Hai presente quando il buon vecchio colon ti dà di gomito, e senti quella specie di freddo dentro, e sai che tutto quello che puoi fare è correre a liberarti? Be’ questa voce ti beccava proprio laggiù, un gorgogliante, densosuono stagnante, un suono che potevi odorare.Questo tizio lavorava in un luna park, capisci, e a prima vista sembrava una specie di innovativo spettacolo da ventriloquo. Anche divertente, all’inizio. Faceva un numero intitolato “Il buco migliore”, che era un portento, te lo assicuro. L’ho dimenticato quasi del tutto, ma era brillante. Cose tipo, “Sei ancora lì sotto, vecchio mio?” “No! Sono dovuto andare di corpo”.Dopo un po’ il buco del culo cominciò a parlare per conto suo. Lui saliva sul palco senza aver preparato nulla, e il suo culo improvvisava e gli restituiva le battute ad ogni colpo.Poi gli spuntarono delle specie di piccoli uncini incurvati, che raspavano come denti, e cominciò a mangiare. All’inizio lui pensò che fosse carino, e ci imbastì sopra un numero, ma il buco del culo si faceva strada mangiando attraverso i suoi pantaloni, e si metteva a parlare per strada, urlando che voleva parità di diritti. Si ubriacava, anche, e aveva certe sbornie tristi in cui frignava che nessuno lo amava, e che voleva essere baciato proprio come ogni altra bocca. Alla fine parlava sempre, giorno e notte, potevi sentire da isolati di distanza che lui gli gridava di stare zitto, e lo picchiava con il pugno, ci ficcava su le candele, ma non serviva a niente e il buco del culo ribatteva: ‘Sei tu che starai zitto, alla fine. Non io. Perché non abbiamo più bisogno di te, qui attorno. Posso parlare e mangiare e cacare‘. Ti è piaciuta questa recensione? Non dimenticarti di valutarla scegliendo da una a cinque stelline qui sotto! E se vuoi leggere altro clicca qui o seguici sui social! Informazioni [...] Read more...
La maschera del NoCamille MonceauxL’ippocampo editore4Letterarie, RecensioniUlteriori informazioniGiappone, XVII secolo. Abbandonato da neonato, Ichiro cresce isolato dal mondo sotto le cure e l’educazione di un misterioso e severo samurai. L’unico legame con il suo passato è un medaglione a forma di foglia d’acero con cui è stato trovato da neonato. La spensieratezza dell’età infantile passerà troppo in fretta, e Ichiro dovrà affrontare le insidie del mondo completamente da solo, nel tentativo di scoprire i segreti del suo passato, che insegue e che lo perseguita. Introduzione “La Maschera del No” è il primo volume di quella che sarà una tetralogia incentrata sulle vicende di Ichiro, un giovane ragazzo dal passato sconosciuto e turbolento: “Le cronache dell’acero e del ciliegio“. Il pubblico a cui è rivolto è giovane, a partire dai 12 anni, ma posso assicurare che la lettura può essere apprezzata anche da un pubblico più adulto. Il libro è edito Ippocampo edizioni, casa editrice che sta sfornando una piccola opera d’arte dopo l’altra. E infatti se non bastano la trama e l’ambientazione ad essere abbastanza suggestivi (diciamocelo, le storie misteriose – e per di più – ambientate in Giappone si vendono praticamente da sole) ci pensa la casa editrice a convincere il pubblico con la sua edizione spettacolare. Personalmente sono stata molto colpita sia dalla copertina, disegnata in carta ruvida spessa, che dal taglio del libro disegnato con una bellissima fantasia (tratto distintivo anche dei prossimi volumi). Un romanzo dallo spirito nipponico Il punto forte di questo primo volume è l’ambientazione: siamo in Giappone, al tempo dei valorosi Samurai di cui conosciamo tante storie viste sul grande schermo, anche grazie a videogiochi e racconti. Il libro è denso di misteri da scoprire, incontriamo tanti personaggi diversi, fondamentali per la storia della saga, e si dà vita a tante domande che, immagino, verranno risposte nel corso dei prossimi libri.Chi è Ichiro? Perché è stato abbandonato dalla sua famiglia, e perché proprio presso la casa di un samurai in isolamento dal resto del mondo? Nonostante sia il primo di quattro libri, i personaggi mutano continuamente, evolvono e maturano in maniera considerevole. Un esempio di questa crescita è proprio Ichiro. Nei primi capitoli incontriamo un bambino che vive nella bolla creata dalla sua “famiglia”. Non sa nulla del mondo esterno né se ne interessa, il suo universo si interrompe a non più di qualche metro da casa sua. Quando la bolla si rompe, incontra la necessità di crescere, di maturare per la sua sopravvivenza, abbandonando così la fanciullezza. Ovviamente non finisce tutto qui! Mi aspetto ancora molti cambiamenti da questo personaggio, che, nonostante il forte sviluppo deve ancora assestarsi e definire un carattere predominante. Altro punto a favore del libro della Monceaux è la totale immersione nel contesto storico giapponese. Ho molto apprezzato che l’ambientazione del romanzo non faccia da “sfondo” per la storia ma, anzi, ne sia parte fondamentale. L’autrice ha istruito il lettore sulla situazione politica e sociale del Giappone insieme a Ichiro. Ed è con Ichiro che facciamo i nostri primi passi in un mondo di cui non conosciamo nulla, in cui cerchiamo di archiviare tutte le informazioni possibili e traiamo le nostre conclusioni. La lettura è scorrevole, piacevole, descrittiva al punto giusto. Camille Monceaux ci lascia immergere con facilità in ambientazioni lontane dalla nostra quotidianità, facendo leva sull’interesse del pubblico verso il paese nipponico. In questo romanzo ci sono tutti i punti forti che il lettore si aspetta da un racconto giapponeggiante: onore, lealtà, combattimenti tra samurai e ninja. Ma l’autrice non si concentra solo sui “grandi classici” del genere e va oltre, immerge il tutto nelle suggestive immagini del teatro Kabuki, troppo spesso ignorato dalla letteratura contemporanea. Ed è proprio la maschera del No, titolo del primo libro, a fare da protagonista nella seconda parte di questo romanzo. Ichiro incontrerà tanti nuovi personaggi, alcuni dei quali apparentemente fondamentali per la storia futura. In particolare incontriamo Hiinahime, una misteriosa ragazza che vive reclusa e nascosta a tutti. Il mistero intorno questa figura è alimentato da una peculiarità: nessuno ha mai visto il suo volto, perché sempre nascosto da una maschera. La giovane creerà con Ichiro un legame profondo e sarà la diretta causa degli eventi che verranno narrati nel secondo volume. Sarà impossibile non affezionarsi a tutti i personaggi, sia quelli passeggeri che quelli ricorrenti. Senza rendervene conto, sarete completamente catturati dalla storia e vi emozionerete con essa. Quindi… vale la pena leggere “La maschera del No”? Sì, assolutamente. Se vi piace leggere saghe, se vi affascina l’ambientazione giapponese, se vi intrigano le storie misteriose questo libro fa per voi. Scopri i fantasmi e altre leggende del giappone InformazioniData di pubblicazione:13 Maggio 202113th May 2021ISBN: 9788867225859Prezzo (Euro): 15.90N. Pagine: 412 [...] Read more...

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Ogni storia, grande o piccola che sia, nasce da una domanda. In realtà, da sei domande.Se vuoi imparare come scrivere una storia che coinvolga davvero, non servono regole rigide o schemi complicati: basta saper rispondere con sincerità e profondità a questi sei interrogativi.Sono semplici, ma contengono tutto: personaggi, conflitto, desiderio, fallimento e crescita.Vediamoli uno per uno. 1. Chi è il protagonista della tua storia? Ogni racconto esiste grazie alle persone che lo abitano.Non possiamo raccontare idee in astratto, né una semplice sequenza di eventi. La storia vive solo quando qualcuno la attraversa. Con i suoi problemi, le sue paure e le sue vittorie. Un personaggio è lo specchio attraverso cui il lettore guarda se stesso. È così che nasce l’empatia: quando riconosciamo un frammento della nostra umanità in qualcun altro.Per questo, prima di tutto, chiediti: chi è davvero il protagonista?Non solo nome ed età, ma cosa pensa, come reagisce, cosa teme.Solo conoscendo questa persona, la storia prenderà vita. 2. Cosa desidera più di ogni altra cosa? Ogni personaggio interessante vuole qualcosa.Un oggetto, un’informazione, un evento, una sensazione. L’obiettivo è ciò che muove l’azione e crea un filo narrativo che il lettore può seguire. Pensaci: ogni volta che racconti qualcosa ai tuoi amici, la storia parte sempre da una volontà.“Volevo arrivare in tempo al lavoro”, “volevo parlare con quella ragazza al bar”, “volevo quella promozione”. L’obiettivo è il motore dell’empatia. Finché sappiamo cosa una persona desidera, possiamo seguirla e tifare per lei. 3. Cosa la ferma dall’ottenerla? Qui nasce il cuore del dramma umano.Vogliamo qualcosa, ma qualcosa o qualcuno ce lo impedisce.È il conflitto la ragione per cui raccontiamo storie fin dall’alba dei tempi. “Volevo quella promozione, ma mi hanno licenziato.”“Volevo solo pace, ma mi hanno ucciso il cane.” (vedi John Wick) Il conflitto non deve per forza essere spettacolare o violento. Può essere interiore, silenzioso, quotidiano.Ma deve esserci, perché senza ostacoli non c’è trasformazione. E senza trasformazione, non c’è storia. 4. Come reagisce quando tutto sembra perduto? È qui che il personaggio prende forma davvero.Davanti agli ostacoli, che cosa sceglie di fare? Resiste, cambia strada, rinuncia, si ribella?Ogni azione o reazione svela un tratto di umanità. Un eroe è tale non perché vince sempre, ma perché continua.Chi si arrende e chi reagisce costruiscono due storie completamente diverse.“Mi hanno licenziato, allora ho aperto la mia azienda.”“Mi hanno licenziato, allora ho iniziato a bere tutto il giorno.” Stessa situazione, destini opposti.Ecco dove il tuo racconto trova la sua voce. 5. Cosa lo costringe a cambiare? La storia vive di crisi.Un buon personaggio deve affrontare prove, anche quelle che non augureresti al tuo peggior nemico.Solo così il pubblico potrà vedere chi è davvero. Se è coraggioso, dovrà affrontare la sua più grande paura.Se è intelligente, dovrà trovarsi di fronte a qualcosa che non capisce.Ogni caduta, ogni limite, lo porta più vicino alla verità. La storia funziona solo se il protagonista viene messo in discussione.Deve rompersi, per potersi ricostruire.È in questa frattura che nasce la crescita, e con essa la bellezza della narrazione. 6. Cosa impara alla fine del suo viaggio? Il finale è la morale della storia, la risposta al “perché” abbiamo raccontato tutto questo.Il protagonista ottiene ciò che voleva? E, se sì, a quale prezzo? Un finale può essere dolce, amaro, ironico o tragico, ma deve essere giusto.Giusto nel senso di coerente con il percorso, con la trasformazione.Alla fine, il lettore deve percepire che qualcosa è cambiato: il mondo, il personaggio, o lui stesso. In fondo, ogni buona storia ci lascia una piccola rivelazione:che per ottenere ciò che vogliamo, dobbiamo prima capire chi siamo davvero. Conclusione: perché queste 6 domande contano Scrivere una storia non è solo inventare eventi e metterli tutti di seguito in un bel libro.È costruire un viaggio umano fatto di desiderio, ostacoli, scelte e crescita.Rispondere con cura a queste sei domande non è un esercizio teorico, ma un modo per dare anima alla tua narrazione. Quando ti siedi a scrivere, ricordati: non devi avere tutte le risposte subito.Basta iniziare dalle domande giuste.Il resto, se resti fedele a te stesso e alla tua visione del mondo, verrà da sé. Questo post trae ispirazione da un video di Writing For Screens: Storytelling: 6 essential questions. [...] Read more...
Molto spesso, quando si parla di personaggi, si tende a definirli come nel gioco “indovina chi”: quanto è alto, quanto pesa, il colore dei capelli. Come se tutte queste caratteristiche portassero un senso di vita intrinseco. Il problema è che un personaggio non è una persona vera.Un personaggio è un’opera d’arte, una metafora della natura umana. Esiste in uno spazio più semplice di tutta la complessità e le contraddizioni del mondo reale, ma deve riflettere tutta questa complessità per sembrare reale. Cosa rende un personaggio interessante? Quale essenza usano i grandi scrittori per crearne di vivi e vibranti? Quali sono le domande fondamentali per scrivere un personaggio tridimensionale? Il mistero del personaggio: essere è contraddirsi In “Re Lear”, Shakespeare ci offre un esempio straordinario. Le azioni malvagie di Edmondo vengono attribuite agli influssi astrologici, ma lui stesso li smentisce con un monologo: “Io sarei stato ciò che sono anche se la stella più benevola del firmamento avesse brillato sulla mia bastardaggine.” Non basta una motivazione per creare un personaggio vero. La sua fiamma deve brillare nonostante le avversità, come Lear sarebbe cattivo nonostante la buona sorte. È in questo passaggio che conosciamo davvero il Re.Un personaggio vive di contraddizioni, di forze opposte che si attraggono e si respingono. Prendiamo Amleto. È un uomo spinto dalla vendetta, eppure, proprio quando può uccidere l’usurpatore, si ferma; è calcolatore e freddo, ma allo stesso tempo tanto impulsivo da uccidere Polonio senza pensarci; ama Ofelia, poi la ferisce con crudeltà e le intima di allontanarsi in convento.È un personaggio che vive nel paradosso, nella scissione continua tra impulso e riflessione. Carmelo Bene, in una sua memorabile interpretazione, suggeriva che Amleto fosse mosso da un complesso edipico, incapace di vendicare il padre perché, in fondo, il suo vero nemico è dentro di sé.Il suo “Essere o non essere” non è solo una domanda sulla vita o la morte, ma sul senso dell’esistenza stessa: chi sono io, si chiede Amleto, se non un insieme di opposti che non trovano mai pace? Da dove nascono i personaggi? Anton Čechov scriveva a proposito del creare storie: “Tutto ciò che ho appreso sulla natura umana, l’ho appreso da me.” I personaggi nascono così: da frammenti di umanità.Da amici, sconosciuti, parenti o conversazioni captate per caso in un bar. Sono dei mattoncini Lego con cui costruiamo qualcosa di nuovo, complesso, vivo, una parodia del reale.Quando raccontiamo una storia, non raccontiamo la verità, ma una parabola della verità. Immagino sempre che scrivere una buona storia sia come accendere un fuoco. Il legno è la nostra esperienza, quella che chiameremmo “verità dello scrittore”: le cose che abbiamo visto, sentito, vissuto. Se mettiamo il legno troppo distante dalla fiamma, non brucerà nulla: la storia non nasce. Troppo vicino al fuoco, la fiamma non respira a sufficienza per divampare, i nostri personaggi non saranno liberi di spaziare ed esplorare le loro possibilità: non nasce comunque una storia. Bisogna trovare il giusto equilibrio affinché i personaggi siano abbastanza simili a qualcosa di vissuto ma non la fotocopia esatta del reale. C’è un’arte nel posizionarli che è propria dello storytelling. Raccontare la verità nuda e cruda (“mi sono svegliato, ho lavato i denti, ho fatto colazione…”) non serve: sarebbe solo un esercizio di stile noioso. La scrittura, per essere viva, ha bisogno di conflitto, di parodia, di riflessione. Non creare stereotipi. Crea archetipi Ogni grande personaggio nasce da un’idea universale dell’essere umano.Non è la copia di qualcuno, ma l’incarnazione di una forza, di un conflitto, di un modo di esistere.Per questo l’archetipo non è mai uno stereotipo: il primo rivela, il secondo riduce.L’archetipo contiene una verità simbolica, uno specchio del nostro inconscio collettivo; lo stereotipo, invece, si limita a ripetere una maschera. Prendiamo Smerdjakov nei Fratelli Karamazov. Il suo nome significa letteralmente “il fetente”, e potrebbe bastare a definirlo se Dostoevskij fosse uno scrittore mediocre.Ma Dostoevskij scava oltre il nome, oltre l’apparenza: ci mostra un uomo che sceglie deliberatamente il male, convinto di agire per un bene superiore.In lui vive l’archetipo dell’imbroglione, dell’antagonista eterno, del servo che manipola e insieme soffre. E Dostoevskij lo ama come ama tutti i suoi personaggi, perché anche nel male riconosce una scintilla di umanità. Le tre aree di conflitto di un personaggio Ogni personaggio vive tre conflitti fondamentali, che a me piace chiamare:Io – Tu – Noi. Il primo conflitto è interiore. Quanto sono disposto a sacrificare di me stesso per le cose che desidero?Il secondo conflitto è interpersonale.Quanta resistenza trovo dalle persone che mi vogliono bene?Il terzo conflitto è sociale:.Quanto è lontana la società dal mondo che per me sarebbe ideale? 1. Il conflitto dell’Io È il modo in cui il personaggio si percepisce. Cosa vuole? Cosa lo spinge ad alzarsi la mattina? Come diceva Oscar Wilde: “A questo mondo vi sono solo due tragedie: una è non ottenere ciò che si vuole, l’altra è ottenerlo. La seconda è la peggiore.” Il desiderio è un atto cosciente, ma spesso la vera ossessione è nascosta.Un uomo d’affari che lavora per dare una vita migliore alla famiglia può essere, in realtà ossessionato dalla morte, e dal desiderio di lasciare un segno nel mondo.Tu, da scrittore, devi saper andare oltre la volontà, nel profondo dell’anima. 2. Il conflitto del Tu Riguarda come il personaggio si relaziona agli altri. Come vorrebbe essere visto e come è visto davvero. Il nostro uomo d’affari, per esempio, indossa Rolex costosi e lavora senza sosta per apparire potente. Ma se il suo orologio è falso e i colleghi lo considerano ridicolo, la sua percezione di sé entra in crisi. Il conflitto nasce quando l’immagine che vuole dare al mondo non coincide con la realtà che lo circonda. 3. Il conflitto del Noi Il “noi” rappresenta il contesto sociale, culturale, economico e morale che condiziona ogni scelta. Ogni personaggio vive all’interno di una società. Un re nasce a palazzo, un povero nasce in periferia: le condizioni di partenza contano, e modellano la psiche. Il nostro personaggio, cresciuto con l’idea che lavoro = soldi = felicità, finisce per essere prigioniero di questa equazione. Solo se riuscirà a liberarsene, potrà evolversi davvero. E forse, allora, troverà la sua pace. Creare personaggi vivi significa indagare le complessità dell’umano.Non basta inventare nomi, storie o traumi. Serve un nucleo di contraddizione, di verità parziale, di tensione irrisolta. Un personaggio non deve spiegarsi: deve esistere, come una poesia o una ferita.Scrivere significa imparare a guardarsi dentro. Perché, alla fine, tutti i personaggi che inventiamo, che siano buoni o cattivi, vittime o carnefici, non sono altro che noi stessi, riflessi in mille specchi. [...] Read more...