“È come spiegare cos’è un cane a una persona che non l’ha mai visto e poi chiederle di disegnarlo.”
Di recente ho visto Backrooms, il film diretto da Kane Parsons. Mi ha incredibilmente colpito che, partendo da un meme, oggi possiamo vedere il film, e neanche un film niente male. Parlandone con amici e leggendo qualche articolo, a tutti ha ricordato l’AI generativa. Ed ecco, più che il film di per sé, mi è rimasta questa idea e mi sono chiesto: cosa rende le backrooms così interessanti?
Noclip out of reality
Era la fine del 2019 quando ho visto il primo meme sulle Backrooms. Non lo ricordo, ovviamente, ma essendo un grande fan delle creepypasta nel periodo aureo dei meme (2009-2013), ho subito cercato più informazioni a riguardo. Il meme nasce da un post di 4chan con un singolo commento:
“If you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms, where it’s nothing but the stink of old moist carpet, the madness of mono-yellow, the endless background noise of fluorescent lights at maximum hum-buzz, and approximately six hundred million square miles of randomly segmented empty rooms to be trapped in. God save you if you hear something wandering around nearby, because it sure as hell has heard you.”
Il termine noclip indica la possibilità, in un videogioco, di attraversare muri e oggetti che normalmente dovrebbero essere solidi. È il momento in cui il giocatore esce accidentalmente dai limiti previsti dal gioco e si ritrova in uno spazio che non avrebbe mai dovuto vedere.
Ed è proprio questo che rende le Backrooms interessanti. Al contrario di molti horror e creepypasta, dove c’è sempre un mostro da cui scappare (Slenderman, Jeff the Killer, gli SCP), le Backrooms sono una parte della realtà stessa a cui si può accedere se non si è attenti, o se lo si è troppo.
Le Backrooms diventano una bellissima metafora per il mondo digitale: un mondo parallelo in cui l’accesso è sempre possibile tramite le pieghe stesse della realtà. E rubando le parole di Baudrillard quando parla di simulacro e di iper realtà:
Non si entra in un luogo proibito. Si cade dietro il tessuto della realtà e si scopre che dietro il mondo esiste soltanto un’immensa infrastruttura vuota fatta di corridoi, neon e moquette.
L’internet delle copie
La nascita del meme delle Backrooms avviene in un momento storico di transizione. Da un po’ Internet ha smesso di essere semplice esplorazione di uno spazio digitale più umano. L’epoca dei forum, dei blog personali e dell’esplorazione casuale della rete è ormai terminata.Al suo posto troviamo piattaforme che ricombinano continuamente contenuti già esistenti. Pensate a Instagram, Facebook e TikTok, che diventano quasi le uniche forme di fruizione che la massa usa per ricevere contenuti.
In questo spazio i meme iniziano a saturarsi, diventano simulacri di loro stessi. Un meme, per essere divertente, inizia a dover citare se stesso, e il contatto con la realtà fisica da cui è partito si perde per sempre.
Le Backrooms sembrano la rappresentazione architettonica di questo processo. Ogni cosa ricorda una cosa che ricorda qualcosa che è qualcos’altro. Resta solo una forma vacua di un concetto neanche tanto chiaro. Pensate solo ai meme deep fried. Nessuna sostanza: essi sono pura forma che ricorda una cosa che non è neanche così ben definita.
Backrooms e Baudrillard
Secondo la teoria di Baudrillard, che qui semplifico, il rapporto tra segno e realtà attraversa quattro stadi:
Nel primo stadio il segno riflette una realtà esistente: una fotografia di un cane rappresenta un cane reale.
Nel secondo stadio il segno maschera e distorce la realtà: la rappresentazione è ancora collegata al’oggetto, ma ne altera alcuni aspetti.
Nel terzo stadio il segno nasconde l’assenza della realtà: continua a pretendere di rappresentare qualcosa, ma l’originale è ormai scomparso.
Nel quarto stadio, quello del simulacro, il segno non ha più alcun rapporto con il reale. Esiste soltanto in relazione ad altri segni. È una copia senza originale.
La vita di un meme è rappresentata esattamente dai quattro stadi di Baudrillard. Il processo, però, avviene con una tale velocità che sembriamo essere proiettati in questo spazio liminale che non ha nessun rapporto con le realtà se non attravero un vago ricordo. Una specie di sensazione di déjà vu, ma pervertita da mille ripetizioni senza alcun motivo.
Backrooms e Intelligenza Artificiale
La connessione con l’AI, a questo punto, diventa inevitabile. Non perché le Backrooms parlino direttamente di AI. Anzi, il meme nasce diversi anni prima dell’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa. Eppure, riguardandole oggi, è difficile non percepire una parentela profonda.
Le Backrooms nascono in un mondo già saturo di immagini, copie, remix e riferimenti che rimandano incessantemente ad altri riferimenti. Un mondo in cui il rapporto tra segno e realtà appare sempre più distante e mediato. L’intelligenza artificiale rappresenta il punto di arrivo più evidente, quello più eclatante.
In questo senso le Backrooms sembrano anticipare la logica stessa dell’AI generativa.
Ogni stanza delle Backrooms assomiglia a qualcosa che conosciamo. Un ufficio. Un corridoio. Una sala d’attesa. Ma niente di tutto questo è realmente presente. Rimangono soltanto le forme, svuotate della loro funzione e ripetute fino all’assurdo.
Allo stesso modo, un modello generativo produce immagini, testi o suoni che riconosciamo immediatamente. Sembrano fotografie; conversazioni; opere umane. Eppure derivano da un processo che opera principalmente sulle relazioni tra i segni, sulle somiglianze statistiche e sulle tracce lasciate da miliardi di esempi precedenti. La sensazione del noclip out of reality ce l’ho tutte le volte che mi rendo conto di star guardando un’immagine generata da un’intelligenza artificiale. In quell’istante il rapporto tra segno e realtà viene meno. Anzi, peggio: è la mia stessa percezione della realtà a essere messa in discussione. Per una frazione di secondo ho creduto di osservare qualcosa che esisteva davvero. Poi mi accorgo che quel luogo non è mai esistito, che quella persona non è mai nata, che quel momento non è mai accaduto.
Con l’AI questo fenomeno è più evidente ed eclatante perché genera qualcosa di mostruosamente vicino alla realtà. Ma la sensazione non nasce con l’intelligenza artificiale. Fa parte dello stesso processo di ripetizione e ricombinazione dell’informazione che caratterizza Internet da anni.
Le Backrooms, i meme e l’AI condividono la stessa inquietudine di fondo: il progressivo allontanamento dell’originale. Si arriva così a contemplare soltanto l’idea di una cosa. Una forma che continua a esistere e a replicarsi anche quando il legame con la realtà che l’ha generata si è ormai dissolto.
Perché le immagini AI ci disturbano così tanto?
Non penso che la risposta stia soltanto nell’uncanny valley o nella paura che le macchine sostituiscano gli essero umani. È quella paura molto moderna di entrare in un posto familiare e rendersi conto che in verità non ci conosce davvero. Pensate ad uno Starbucks o un McDonald’s estero. Sappiamo perfettamente dove siamo. Riconosciamo ogni insegna, ogni odore, ogni colore. Eppure, non abbiamo alcun rapporto con quel luogo: potremmo essere ovunque. Nessuno ci conosce, non abbiamo nessun rapporto con questo posto in particolare.
Credo che le immagini generate dall’intelligenza artificiale producano una sensazione simile.
Le riconosciamo immediatamente, sembrano appartenere al nostro mondo. Sembrano provenire da un’esperienza umana condivisa. Ma quando le osserviamo più attentamente ci accorgiamo che manca qualcosa. Manca la connessione stessa tra segno e realtà.
Credo sia una sensazione molto simile a quella che descrive Jameson quando parla di “schizofrenia postmoderna”. Quella sensazione per cui tutti i posti sono familiari, ma nessuno può essere chiamato “casa”.