Ink di Danny Boyle ha fatto il suo debutto alla Biennale Cinema di Venezia il 3 settembre scorso. Boyle lo conosciamo per aver diretto film acclamati dalla critica come Trainspotting, The Millionaire e 28 anni dopo e, anche questa volta, il regista sembra essere all’altezza dei suoi titoli più celebri.
Il film racconta la storia di The Sun, il quotidiano britannico che ha contribuito a cambiare radicalmente il modo di fare informazione. I protagonisti della vicenda sono Rupert Murdoch, che acquisisce un The Sun ormai morente con l’obiettivo di riportarlo in vita, e Larry Lamb, ex cronista del Daily Mail, chiamato a compiere il miracolo.
Ma in cosa The Sun è stato davvero rivoluzionario?
Dal fatto alla notizia
Fino agli anni Sessanta del Novecento, il giornalismo era stato concepito in maniera relativamente lineare: fatto di cronaca – notizia – pubblico. Fare giornalismo significava riportare le informazioni nel modo più oggettivo possibile, senza troppi fronzoli o reinterpretazioni. La notizia doveva rispondere alle famose cinque W (What, Where, When, Who, Why) e seguire regole abbastanza definite. La prima pagina doveva presentare titoli immediatamente leggibili e contenere le informazioni ritenute più importanti della giornata.
The Sun introduce però una domanda diversa: e se non fosse così importante cosa raccontiamo, ma il modo in cui lo raccontiamo? È qui che Larry Lamb ha la sua intuizione. Se si vuole parlare ai lettori, bisogna cambiare il modo di concepire l’informazione. Non basta più stabilire quale sia la notizia più importante: bisogna trovare il modo di catturare l’attenzione. I titoli diventano più accattivanti. Il giornale inizia a parlare direttamente ai propri lettori e ai loro interessi. Non più soltanto cronaca e politica, ma gossip, sesso, dipendenze, televisione, scandali e storie apparentemente minori, ma capaci di suscitare curiosità. Il linguaggio vale quanto, se non più, del contenuto.
Lamb capisce qualcosa che oggi ci sembra quasi ovvio: non conta soltanto cosa dico, ma come lo confeziono, quanto scalpore fa e quanto riesce a catturare l’attenzione. E sopratutto: bisogna parlare alla pancia delle persone.
Vi ricorda qualcosa?
Ink sembra il prequel di come si pensa all’informazione oggi. Il giornalismo è passato dai tempi della stampa fisica a quelli del digitale, dove i limiti temporali sono praticamente scomparsi. Nell’era della digitalizzazione chiunque può pubblicare una notizia, dove vuole e quando vuole. Non è più necessario essere un giornalista: basta avere un social, qualcosa da dire e un buon sistema comunicativo.
Il titolo della prima pagina diventa il clickbait: una frase sensazionale, spesso ambigua o volutamente incompleta, costruita per spingerci a cliccare sul link e generare una visualizzazione.
L’immagine d’impatto che occupava due pagine diventa il reel. E se il mio reel non ha un buon hook realizzarlo è praticamente tempo sprecato. La disinformazione non è solo creare una fake news. Può anche significare prendere un’informazione vera e manipolarne la presentazione per ottenere più visualizzazioni. Il principio è lo stesso.
L’informazione come merce
I media non influenzano soltanto il modo in cui pensiamo. Influenzano anche a cosa pensiamo. L’algoritmo seleziona, ordina e amplifica le informazioni sulla base della nostra capacità di reagire a esse. Sposta la nostra attenzione verso ciò che fa più notizia, ciò che genera più interazioni o, semplicemente, ciò che ci fa più comodo vedere. L’informazione, dal punto di vista giornalistico, non viene quindi selezionata soltanto perché è importante. Diventa importante anche perché fa parlare di sé.
E qui Ink diventa particolarmente interessante, perché racconta la nascita di un modello economico basato sull’attenzione. Prima erano le copie vendute. Oggi sono i click, le visualizzazioni, i like, le condivisioni e il tempo trascorso davanti allo schermo. La vera rivoluzione è la trasformazione dell’informazione in una merce da poter vendere.
E quando questo succede, è possibile anche capire come reindirizzare la nostra attenzione, gestirla non solo per mettere in luce una informazione rispetto un’altra, ma anche decidere cosa rimane nell’ombra.
Bellissimo articolo molto interessante
grazie 🙂